Quando l’esperienza musicale diventa romanzo. lescarpedijoyce incontra gianCarlo Onorato.

Ecco l’intervista fatta a gianCarlo Onorato da Stefano Calafiore per “lescarpedijoyce”.

Quando l’esperienza musicale diventa romanzo. L’incontro con Giancarlo Onorato.

 

Ha una straordinaria rarità: una pacatezza artistica che sembra raccogliere tutto ciò che serve.L’esperienza, la tenacia, la capacità, il senso del dovere. Lo ascoltate ad occhi chiusi, lo leggete senza rumori attorno e scoprirete che Giancarlo Onorato è anche questo. E sicuramente di più.

Perciò ho deciso di incontrarlo. Il suo ultimo album è Sangue bianco e, pochi mesi fa, è uscito per Vololibero edizioni il suo ultimo libro “Ex Semi di musica vivifica”.

Letteratura e musica sembrano essere percorsi paralleli che fino ad ora hanno caratterizzato in qualche modo la tua carriera. E’ così? 

Sì, musica e letteratura come impulsi creativi nati in contemporanea e sviluppati in parallelo.

Credo che la musica sia una fondamentale disciplina narrativa, in grado di argomentare anche senza l’apporto di parole. Nelle forme più evolute di canzone, questa unione diventa una potente arma espressiva.

Durante questi mesi hai girato l’Italia in concerto con altre due interessanti voci della musica italiana: Paolo Benvegnù e Cristiano Godano. Com’ è nata l’idea di duettare a turno con loro?

Il libro è un incontro tra vite diverse, tra forme di pensiero e tra discipline. Non lo si direbbe un libro sulla musica, ma un libro che attraverso di questa si dirama ad altre forme di pensiero. Questa sua natura offriva l’opportunità di fare finalmente un po’ di fusione con altri percorsi, e i primi nomi che mi venivano naturali, per una qualche affinità di varia natura oltreché per amicizia, erano appunto quelli di Cristiano Godano, di Paolo Benvegnù e di Emidio Clementi, tutte persone con le quali la mia strada si è intrecciata più volte, su disco o dal vivo, era quindi una conseguenza naturale. Coi primi due la chimica e gli impegni rispettivi hanno permesso di realizzare diverse tappe di un tour che è ancora in atto, e proseguirà in autunno, secondo modalità che si stanno valutando. Con Clementi finora non vi è stato il modo, ma c’è tempo, ed è possibile che le occasioni si concretizzino a breve. Il concerto che ne scaturisce è in continua evoluzione, e a seconda di quale compagno di viaggio ho accanto sul palco, nasce una dimensione diversa, una specie di onda emozionale che viaggia tra il palco e il pubblico, per fare ritorno su di noi. Unire le energie espressive è una scelta delicata, ma se l’alchimia riesce, si crea una speciale vibrazione in cui cadono tutte le barriere, vince il senso che sta dentro alle cose che facciamo.

Come forse si è capito, da anni inseguo una via condivisa di gestione dell’universo musicale, perché credo fermamente che la musica sia la risultante di un insieme, una miscela di diversi spunti personali, in cui semmai ciò che conta è sapere condurre la regia, o se si preferisce, l’armonia degli ingredienti.

Sono molti i musicisti di tante diverse generazioni con i quali ho intrecciato il pensiero e l’azione in questi ultimi anni, e il risultato è sempre rafforzante per tutti. Ci si conosce, tanto per cominciare, equando sali su un palco con persone di cui sai qualcosa, tutto è più naturale e vivo, gli artifici si riducono al minimo, così le cerimonie, i rituali, la retorica. E’ tempo di fare sul serio, non possiamo più continuare a pensare che la musica sia una specie di gara in cui qualcuno è più bravo. La capacità che occorre avere, è quella di cogliere, sviluppare, sviscerare, interpretare i segni di cui la vita è disseminata. Se sei pubblico, puoi essere artista, se sei artista devi sentire profondamente di essere pubblico. Chi non è così, probabilmente si illude di poter vendere qualcosa agli altri, come un cattivo venditore che, pur sapendo di ingannare, cerchi lo stesso di spuntarla, sentendosi astuto. Il tempo invece è un giudice infallibile. Smettiamola con questo mercato, è ora di andare più avanti di ogni possibile vendita.

Torniamo per un attimo al tuo rapporto con la musica e la letteratura.

Già dai precedenti lavori pubblicati con Sironi dimostri una facile confidenza con le parole e una familiare appartenenza al mondo del libro. Da quest’ultimo, Ex, sembra uscire un flusso di esperienza musicale (e non solo) miscelata all’espediente narrativo. 

Ci puoi raccontare che cosa ha scatenato l’idea per la costruzione di questo tuo lavoro?

“Ex” è nato nel tempo, non appena quella che era stata una prima commessa circa un articolo su certa musica in Italia, si è trasformata nell’esigenza di chiudere un capitolo lungo e importante. Anni di rimestamenti e di riflessioni scritte mi avevano più volte convinto a rinunciare, e poi ogni volta un bisogno di dare una dimensione più mia a tutto questa velleità del fare musica, mi ha condotto verso questa forma, una miscela tra narrativa e saggistica, e al suo interno un’ulteriore miscela tra differenti discipline, un formula molto più convincente, per me. L’insieme di impulsi creativi e di confronti che da personali divengono collettivi, la visione di un mondo in precipitosa e spesso rovinosa trasformazione attraverso gli occhi di un adolescente musicista, che col tempo incarna il ruolo di chi lavora con le idee, mi assomiglia, assomiglia al mio modo di intendere le cose della vita. E io vorrei che chi incontrasse una mia opera potesse percepire che in un’opera qualcuno intende farvi risuonare più cose, come avvien quando un dialogo diviene profondo e appassionato con una persona della quale si cominci a capire la maniera in cui sta al mondo. Se un libro riesce in questo intento, si allontana all’istante da ciò che normalmente è un “prodotto”, smettendo di essere statico, cosa ebete, oggetto e punto, per diventare un elemento mutevole, vitale dunque. Io cerco quel risultato, non è detto che vi riesca, ma è lì dove vorrei arrivare.

A tuo parere come dovrebbe essere definito Ex? È come se usassi la strategia del romanzo autobiografico dotandolo, in qualche modo, dello spessore del saggio.

Per fortuna “Ex” manca di una definizione, perché è proprio come io l’ho pensato e scritto: un insieme, una mescola in cui, nella stessa pagina trovi la suggestione scaturita dall’ascolto di un brano e due righe più avanti la descrizione di rapporto, e ancora il rimando alle evoluzioni scientifiche, ma colte in una accezione più intima. L’unica cosa che mi viene da protestare, è la sua presunta appartenenza al mondo della musica, perché assegnare alla musica una categoria, significa limitarne il respiro. E’ anche uno scritto essenziale, scritto in modo tale che chiunque vi si imbatta non si aggrovigli troppo nelle maglie di un pensiero specifico, ma si senta piuttosto in una tempesta di segni che si compenetrano, e un po’ veda la storia di questo ragazzo e il suo dibattersi in cose meschine che tendono a distoglierlo dall’elevazione di cui sente il bisogno e il richiamo, un po’ senta l’eco del tempo storico in cui avvengo i fatti, e quindi i cambiamenti epocali.

E’ un po’ come cercare di figurarsi l’universo mettendo gli occhi in un microscopio, invece di utilizzare un telescopio. I dettagli più intimi parlano assai eloquentemente di molte cose insieme. No, non c’è una definizione.

Lo sviluppo del libro sugli anni settanta in Italia diventa centrale. Come li hai vissuti artisticamente e perché decidi di raccontarli?

Gli anni settanta li ho appena sfiorati con la prima parte della mia adolescenza, non sono tanto stagionato. Mi pareva utile però, per me e per chi volesse leggermi, restituire quel clima di fermento ma anche di occasione mancata che gli ultimi tre anni del decennio settanta, e almeno i primi cinque del decennio ottanta, hanno rappresentato. Tutti noi oggi risentiamo in negativo di ciò che non si seppe fare in quel periodo-cerniera tra un passato radicalmente diverso, e una necessaria e vertiginosa accelerazione di ogni cosa nel quadro della storia. 1977-1985. Questo vale per tutto il mondo, ma io racconto ciò che questo ha rappresentato per noi italiani, per gli italiani mai rassegnati, per quelli che si sono mantenuti vivi, malgrado tutto e tutti. Il mio protagonista tuttavia non è nostalgico e non è reduce: è eterno combattente, anzi meglio, eterno resistente.

Artisticamente li ho vissuti in un umido apprendistato. Ho imparato tutto ciò che oggi so fare,facendolo. Con tutti i limiti che ciò ha comportato, non si creda che il mio personaggio ne esca come un eroe vincente, ma semmai dotato di una coriacea abilità alla resistenza ad ogni perdita, opponendovi una inesauribile slancio di conoscenza, dunque di vita.

Vargas Llosa nel suo “La verità delle menzogne” sostiene che il compito dello scrittore è mentire. Mentire per arrivare, attraverso la menzogna, a una verità superiore. Sembra un concetto interessante. Aldilà di semplicistiche classificazioni, che percorso hai scelto come scrittore?

Occorre forse intendersi sul significato che diamo al termine menzogna. Da un punto di vista strettamente operativo, scrivere un libro o una sceneggiatura e poi girare il film, è di per sé un espediente necessario per giungere a una dimostrazione. In tal senso, come se io per esprimermi meglio ed essere più certo di venire compreso facessi degli esempi o disegnassi delle forme elementari, avessi il semplice e più nobile scopo di far giungere appunto una conclusione su un qualche argomento che a mio giudizio sia degna di essere valutata. Il calcolo matematico è ad esempio, forzando un po’ la metafora, una via menzognera di esplorare le cose: nel senso che se pure nella sua sostanza specifica esso non è la realtà, lo scopo cui mira è la rappresentazione e individuazione di questa.

Dunque, per questa via, l’arte può essere inserita nella categoria ampissima degli artifici, i quali in sostanza sono menzogne, come lo è la Cappella Sistina: ciò che vedi NON E’ il creato, né l’aspirazione a dio, quindi all’assoluto, dell’uomo, però tu la vedi ed esplori tutto questo grazie proprio a quell’artificio.

Il mio artificio è l’opera stessa, la quale recupera verità e onestà nel suo rievocare qualcosa che è stato o è realmente, e tutti ne potrebbero o avrebbero potuto fare esperienza.

Vissuta appieno la new wave in Italia con gli Underground Life che ricordi hai di quel periodo storico-musicale?

Un ricordo vago, molto confuso e pieno di tenerezza per molte delle cose fatte e per le persone. Ma, credimi, non penserei mai neppure per un attimo a tutto ciò, se non fosse per le continue sollecitazioni che mi vengono rivolte nel corso di interviste o durante discussioni sia pubbliche che private.

Devo molto a quell’esperienza, è stata per me una sorta di laboratorio. Ora è passato e io non provo alcuna nostalgia; mentre mi eccita moltissimo ogni sviluppo dei temi di cui è intriso il mio presente artistico.

Attraversiamo una fase di transizione e trasformazione in ambito musicale che ha smembrato montagne di solide certezze alle quali molti addetti ai lavori erano fortemente aggrappati.

La potenza del web ha sconvolto certi equilibri; contemporaneamente molti artisti ne scoprono le qualità e i vantaggi. Tu, Giancarlo, da che parte stai?

Dalla parte di chi cerca sempre un equilibrio tra il mezzo che si potenzia, e la sostanza del tuo sentire. Riconosciamo agli sviluppi tecnologici i meriti che hanno, ma dobbiamo sapere vivere il fondamentale recupero di noi stessi. Io non credo sarò mai aggrappato ad alcuna certezza di mia natura, quindi sono serenamente alla scoperta di ogni possibile potenziamento delle facoltà espressive. Occorre solo fare attenzione a non confondere il mezzo con lo scopo, un guaio che mi pare evidente in molti casi.

D’altra parte, se penso che Baudelaire detestava la fotografia, ritenendola una sorta di furto ai danni della pittura, è facile oggi concludere che il poeta la cui potenza non smette di farci vibrare si sbagliava, ma si sbagliava in buona fede, facendo appello a una idea di mondo che dobbiamo avere l’intelligenza di non perdere di vista: Baudelaire alla stregua di un primitivo, nel senso più puro, temeva il furto dell’anima, temeva la scorciatoia che azzera il laboratorio necessario perché un’opera possa dire profondamente, intimamente di noi, e se nella pittura tutto ciò gli pareva salvo, nella fotografia il miracolo della riproduzione pedissequa della realtà gli faceva orrore. Oggi noi abbiamo strumenti per orientarci con minore angoscia di allora, ma i termini della questione non cambiano: noi dobbiamo difendere la verginità del sentire, evitando di cadere in un vortice insensato di segni che annichiliscono la nostra interpretazione delle cose. Se si mantiene saldo questo rapporto, io non temonulla, e sono disposto a qualunque esperienza.

Ex: in quanto tempo l’hai preparato? 

Quattro anni di rimestamenti, dopo i due anni di prime stesure. Sta a metà strada tra romanzo “il più dolce delitto”, la cui messa a punto e stesura definitiva ne interruppe le prime prove, e la prima formulazione del nuovo romanzo, interrotto invece dalla stesura di “Ex”. Non so se mi sono spiegato: interrompo le prime prove di “Ex” per finire e definire “il più dolce delitto”, e quindi interrompo il nuovo romanzo al quale lavora da tempo, per organizzare e finire “Ex”.

In questi giorni cosa stai leggendo? 

Un testo-documento di Daniel Goleman, che riporta di una discussione filosofico-spirituale tra scienziati e spiritualisti: “Le emozioni che fanno guarire”. In questo periodo leggo quasiesclusivamente poesia e filosofia: Kavafis, Lasker-Schuler, Luzi, e poesia romantica, e poi rivalutoHeiddeger e Jankélévitch. Mi affascina lo studio della meccanica quantistica da un punto di vista filosofico, astratto e ricondotto agli uomini.

E quali sono gli autori che maggiormente hanno influenzato le tue letture?

Socrate, non-autore per eccellenza, Camus, Calvino, Hesse, Tarchetti, Mann, Walser.

Credo però di dover dire che la maggiore suggestione narrativa io l’abbia ricevuta e continui ad averla più dal cinema che dalla letteratura vera e propria. Cinema di diverso clima e spessore, ma tutto incentrato sull’interiorità: Lynch, Bunuel, Wong-Kar Wai, Tarkovskij e Pasolini su tutti.

Ma, ovviamente, ne ometto molti altri.

Il noto scrittore spagnolo Javier Cercas s’ interrogava, durante un suo intervento su un quotidiano, sul futuro del romanzo; mi ha colpito perché non ne faceva una questione di statistiche o sondaggi sui lettori forti, sull’e-book, sulle varie crisi che colpiscono il pianeta libro.Sosteneva che dipende solo dai romanzieri! “Se saranno superbi o pigri, morirá; se non lo saranno, allora il romanzo vivrà a lungo”.Dici che ha ragione? Qualsiasi forma il Romanzo prenda, dipende dall’autore? Da cosa e come scrive? 

Temo di condividere per buona parte il ragionamento di Cercas.

In sostanza la storia del pensiero è la storia della crescita qualitativa, o nel peggiore dei casi, della critica all’involuzione del pensiero stesso. Se una disciplina smette per varie ragioni di essere foriera di forte suggestione, per diventare una faccenda di vendita, un mestiere come un altro, la mediocrità mantenuta a lungo può ingenerare una sorta di atrofia di tutto il sistema-pensiero di cui la narrativa fa parte. Il lettore è annichilito e annullato, quindi cancellato dalla bruttezza della produzione e ciò, per un perverso circuito, finisce per cancellare l’importanza della disciplina.

Logicamente, non fa una piega: se io divulgo un linguaggio sempre più sterile e meno significante esignificativo, col tempo tale sterilità metterà in campo una progressiva scomparsa del significato,sinché il significato sarà talmente sconosciuto che nessuno andrà più a cercarselo, non conoscendone più neppure l’esistenza.

Hai presente certi programmi televisivi “musicali” che mettono in gara alcuni cantanti con la presunta meta di farne delle star? Finiscono per far credere a un numero spropositato di sciagurati che quella sia la musica e quello sia il sistema per farla bene. Sono già in molti a crederlo, la deviazione dal reale funziona come un’epidemia.

Fortunatamente, qualcuno cercherà sempre di immettere semi di musica vivifica nelle cose di pensiero. Io non smetterò di certo: sono un resistente, e quel titolo non l’ho scelto a caso.

Intervista. (link)

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