La difesa delle idee

Ho voluto io pure buttare sul tavolo alcune riflessioni sullo spunto lanciato dal pezzo scritto dal mio amico Cristiano Godano sul suo blog in data 28.7.2012 (Ricoveri virtuali. Della nostra amata musica) ospitato da “Il Fatto Quotidiano”. Godano si esprime circa le stringenti difficoltà incontrate sempre più spesso da chi di professione è musicista, con particolare riferimento all’area di nostra competenza, ovvero la musica pop. Spiega le ragioni per cui risulti incredibile e segno di diffusa insensibilità l’indiscriminata tendenza ad offendere la professionalità di tale mestiere scaricando con troppa facilità dalla rete versioni “impalpabili” di opere musicali, con l’unico risultato di non appassionarsi di conseguenza ad ascolto accurato degli stessi brani, laddove il confronto con la musica acquistata nel formato disco tradizionale, imponeva ampi margini di fruizione nel tempo, in ordine se non altro alla spesa sopportata. Aggiunge inoltre che con l’investimento dei pochi euri necessari per l’acquisto di un cd, si ottiene (o otteneva, ormai) un ritorno enorme in valore, al confronto del quale la stessa cifra spesa per pizza, telefono o altro risulti di gran lunga meno fruttuosa, e soprattutto affatto duratura. Infine rifletteva su quanto sia inoltre divenuto difficile spostare sul concerto la fonte di utili necessari alle realizzazioni tecniche nonché per la sopravvivenza del musicista di contenuto.

Con Cristiano abbiamo avuto e abbiamo tuttora modo in più di una occasione di esporre in incontri pubblici, tra gli altri, alcuni degli argomenti da lui trattati nel suo pezzo recente. In quelle occasioni al suo punto di vista è un piacere accostare il mio, per rimpolpare un dibattito che merita un’attenzione importante da parte di tutti. Così farò anche qui, sperando serva a qualcosa.

 

Diciamo subito che io vedo il problema da un’angolazione più generale, cercando di mantenermi su un piano di discussione che possa risultare interessante per chiunque, poiché questioni di questa natura vengono spesso scambiate per faccende specifiche di una determinata categoria. E così non è. Quando si parla di musica e di idee, si parla di tutti, nessuno escluso e, cosa ancor più importante, si parla del futuro della comunicazione della collettività, quindi di qualità della vita.

 

Quelle che solleva Godano, sono costatazioni amare, che è serio proporre, e che lui sente sino al punto da dedicarvi una canzone, “Ricovero virtuale” portata come emblema di tale distorsione.

Il fatto è che i tempi cambiano per effetto di molti fattori, e noi abbiamo il compito di  cercare di interpretarli, apportandovi il più possibile modifiche sensibili e sensate. “Mi fa schifo l’insensibilità”, recita appunto la canzone citata. Forse il punto su cui fare leva è proprio questa diffusa insensibilità, che non può tuttavia essere colta come un difetto a priori del periodo in cui viviamo, ma semmai come una delle conseguenze di un agire colpevole e interessato, quale è stato l’atteggiamento tenuto per decenni da chi ha gestito le sorti in generale dell’occidente (che oggi annaspa), non esenti, ma semmai più colpevoli ancora, i settori della cultura e dell’informazione. Specie in Italia, viene da sottolineare. In quanto Paese di seconda importanza quale oramai da decenni siamo, noi soffriamo maggiormente per i disagi dovuti a tali cambiamenti epocali. Se il passato fosse stato più virtuoso, al disagio in cui versa tutto il mondo, e all’oggettivo momento di transizione tra un’epoca (quella del disco come prodotto da acquistare fisicamente), a quella indefinita cui si andrà incontro (al momento rappresentata dall’impalpabilità del file scambiato, scaricato, e quasi mai acquistato in rete), non si sommerebbero, come invece purtroppo avviene da noi, molte altre penalità di cui è venuto a soffrire l’universo di chi per mestiere scrive, produce e pubblica musica.

 

La potenza di internet sopravviene a modificare solo in parte le storture riscontrabili in un sistema Paese come il nostro, e la spinta di veicolo democratico offerta dalla rete, da noi vale solo sino a un certo punto; e se nel Nord Africa, ad esempio, permette alle giovani generazioni di rivoltosi di agire più uniti contro dittature e ataviche ingiustizie sociali, da noi, in uno scenario improntato almeno alla democrazia e meno in ansia per le sorti individuali ad opera di un regime ufficiale, notiamo piuttosto gli effetti devastanti di certe scorciatoie su alcuni settori. Quello della musica è di certo uno dei più toccati dalla rivoluzione della rete.

Il musicista serio e di ricerca, come dice giustamente Godano, viene penalizzato dal fatto che la musica non si venda più (non che in passato sia stato un paradiso, ma certo era diverso) e dall’aggravante che dal vivo sia sempre più difficile operare per effetto della ressa di coloro che intendono sbarcare il lunario suonando. Va aggiunto il decadere di molte altre figure, alcune di esse di grande supporto, come quella ad esempio del personale tecnico/artistico. E si potrebbe continuare a riflettere su tante altre penalità con le quali fare i conti.

 

Insomma, fare musica sul serio diventa una cosa davvero complicata, costellata di ostacoli e condotta nella triste consapevolezza che questa professione, per quanto bene e per quanto coscenziosamente tu la eserciti, con tutta probabilità ti costringerà a vivere in uno stato di perenne precarietà. Diciamo che tale condizione, diffusasi di recente a più livelli, mentre in passato era propria solo delle categorie più deboli dello stesso ambito di appartenenza, fa somigliare di più, o se preferite in maniera più palese l’artista musicale a qualunque altro precario, torturato in eterno da dubbi e ansie circa il proprio futuro sia professionale sia personale, e dall’assillante domanda: di cosa e come vivrò se questo castello di carta dovesse crollare. E se l’amarezza di chi ricopre cariche, diciamo, meno esplorative e creative, tocca e coinvolge tutti, figuriamoci quanto si impoverisca una società in cui divengano elementi deboli coloro che sarebbero in un giusto mondo i sostenitori e gli inventori di futuro.

Esclusi pochi privilegiati, in generale le prospettive sono mutate restringendosi un po’ per tutti. Ma c’è di più: seppure ai vertici qualitativi della tua categoria, dati gli ordinamenti in vigore e lo stato generale di questo Paese, in quanto musicista ti toccherà in ogni caso lavorare a vita, o per lo meno sintanto che le forze te lo permetteranno, e sempre che la domanda della tua arte possa tenere o, sperabilmente, rafforzarsi nel tempo. Ciò va accolto e affrontato come una delle conseguenze del vivere in una comunità che strutturalmente nel tempo ha agito proprio male.

 

Ma tornando al musicista pop e alla sua disperata chance di condensare nel concerto oramai le uniche fonti di sostentamento, il che, accanto alla apparente ricchezza di proposte che ciò potrebbe determinare, è prossimo ad essere una tragica realtà per chi vi si trovi coinvolto come persona, bisognerà anche dirsi che, al piano inferiore delle esibizioni degli artisti più seguiti, quelli in cui è madornale il disagio del passaggio da produzioni di grande respiro alle ristrezze venutesi a creare, vi sono i concerti di piccolo e medio livello (in ordine unicamente alla popolarità, e non necessariamente per ragioni di qualità). Data la scarsa curiosità e l’esiguo numero di persone interessate alla scoperta di diverse e nuove proposte, tali concerti risultano mediamente frequentati da gente che in un modo o nell’altro a propria volta smania per fare musica “pubblicando” e esibendosi. Si verifica cioè sempre più diffusamente un fenomeno che ha insieme qualcosa di positivo e tanto di negativo: come già accade nel teatro, si finisce per esibirsi per i colleghi, poco noti, sconosciuti o semisconosciuti che siano, ma pur sempre appartenenti alla larga famiglia degli “addetti ai lavori”. Tra questi, sono immancabili coloro che non resistono e al termine dell’esibizione del concerto fanno la fila e il giro dei camerini per andare a consegnare al protagonista della serata l’imperdibile nuovo Demo realizzato in proprio. Ignari del perpetuarsi così del nulla nel quale tutti annaspiamo.

 

Ed eccomi al punto sul quale si concentra la mia riflessione: ritengo rilevante che tra i fattori di ulteriore aggravamento delle condizioni dello scenario, vi sia la costante e compulsiva smania da parte di chicchessia di “pubblicare”. E questo, sia detto per inciso, vale per la musica, ma vale ancor di più per la narrativa, come tutti possiamo facilmente verificare entrando in una qualunque semideserta libreria. Il falso bisogno di “pubblicare” tutto e comunque, a qualunque grado e condizione, favorito da subentrate facilitazioni di ordine tecnico (le quali non garantiscono però circa i contenuti) rientra infatti ancora nel frastagliato problema della produzione e della fruizione, diffusione e vendita di opere di pensiero. Ed è mia opinione che la dilagante manìa di esposizione di cui sono affette larghissime fasce di perfetti-fruitori-ma-pessimi-ideatori, sia uno dei fattori che nuociano di più alla divulgazione e alla diffusione della musica di valore così come, ad esempio, della letteratura. Non credo cioè che sia esattamente un bene che tutti se ne vadano in giro pretendendo di avere qualcosa di irresistibile da propinare agli altri, mentre pubblicare (sia su supporto – reale o virtuale – sia dal vivo) dovrebbe rimanere la conseguenza di un lungo e accurato lavoro di preparazione, ricerca, verifica e di decantazione di qualcosa che, per non ferire l’ambito in cui andrà a muoversi, dovrebbe essere in grado di risultare quantomeno stimolante, se non addirittura necessario.

Non mi pare sia ciò che risulti, a giudicare dal livello delle tonnellate di materiale immesso in vario modo ogni giorno nei circuiti, sia reali sia virtuali.

 

Voglio dire: a svilire il mestiere del musicista o del letterato, attualmente temo sia anche (non solo, intendiamoci), accanto alle sopravvenute e fisiologiche/epocali condizioni del “mercato”, l’arroganza, la volgarità e la presunzione di volersi a ogni costo proporre, accecati dal sogno di protagonismo che solo una lettura superficiale della realtà sembra assegnare a chi si espone. Tale smania di protagonismo, condotta da parte di chi non abbia a propria volta avuto la cura di distillare e valutare attentamente la tenuta del proprio progetto, passaggi che devono necessariamente essere sorretti inoltre dal confronto con quanti abbiano già espresso valore, – è risibile e nociva

Perché non è difficile oggi finire per intasare i circuiti, con grave danno per il livello della produzione di pensiero.

La facilità e l’impalpabilità del “mercato” ha finito per rendere chiunque un pretendente al diritto di parola, livellando ulteriormente il dibattito culturale e rendendo ancor più precario il lavoro di chi invece faccia sul serio.

Ma mi spiego ancora meglio attraverso una domanda: perché se il nostro Paese, stando ai dati delle vendite, è tra i meno interessati a lettere e musica, risulta lo stesso tra i più prolifici in quanto a pubblicazioni di ogni genere e categoria?

Questo non vorrà forse dire che sono molti di più coloro che intendono buttarsi nella mischia, indipendentemente dal proprio valore (perché di questo si tratta!) di quanti invece sono attenti al confronto e alla preparazione prima di ritenersi pronti per offrire qualcosa di interessante a tutti?

 

Io temo proprio di sì.

 

E quale potrà essere la ragione di un divario così evidente tra l’alto numero di pubblicazioni e il bassissimo numero di fruitori?

Io lo indivuduerei in due differenti fattori culturali:

a)      nel caso di pubblicazioni ufficiali (da parte di invisibili/piccole/grandi strutture discografiche o editoriali), nella scarsa competenza e nei bassi interessi di mera sopravvivenza (visto che non si può puntare su grandi risultati, l’utile per una struttura si misura attualmente sulla somma di molte seppur microscopiche vendite);

b)     nel caso dei singoli aspiranti protagonisti, in una diffusa ignorante e retriva, irrispettosa visione del mestiere delle idee.

 

Per chi ritenesse di leggere nelle mie parole una manifestazione di spocchia o di presunta superiorità e non conoscesse il mio lavoro, fornisco una sola indicazione: in ben 16 anni, dal 1996 ad oggi, ho prodotto e pubblicato 4 album a mio nome.

Lascio ad altri il compito di misurare il numero di progetti di varia natura immessi sul mercato nello stesso lasso di tempo.

 

Dunque, a meno che non si voglia a tutti i costi ridurre la musica (o la letteratura) a una condizione del tutto priva di paternità specifica, come rischia di accadere scendendo tutti insieme nell’arena virtuale, acritica e svuotata di senso dell’opera, un luogo figurato nel quale si finisce, come sostengo da tempo, per urlare tutti contemporaneamente annullandoci l’uno con l’altro, occorrerà “calmierare” in qualche modo i settori della proposta artistica.

Se tutti siamo diventati produttori, tutti musicisti, tutti discografici, tutti agenti di concerti, tutti editori letterari e così via, in mancanza di capacità (o di volontà), ovvero impegno a riprendersi la responsabilità di operare delle cernite più rigorose a monte, compito un tempo assegnato a chi per mestiere selezionava e pubblicava secondo criteri e strumenti più lenti e dotati per questo di  maggiore potere di distillazione, la progressiva atomizzazione della diffusione del messaggio di chiunque, è destinata a riguardare fasce sempre più sottili ed esigue di “pubblico”. Fino alla più pura e desolante autoreferenza.

 

Ma forse ci siamo già. Da parte di molti attori del settore, noti, meno noti o sconosciuti, presso i maggiori canali di comunicazione in rete, noto la tendenza ad autocelebrarsi e incensarsi, vaneggiando circa primati, meriti e graduatorie dei quali manca molto spesso un riscontro diretto e palese. Se è questo il futuro del merito, la rete finirà per essere il corrispondente contemporaneo del celeberrimo soliloquio “specchio specchio delle mie brame”.

 

D’altra parte, tornando alla musica popolare fatta con sufficiente grazia e ispirazione, l’eredità lasciata dalle strutture discografiche principali (e qui dissento almeno in parte sulla “buona fede” del discografico sostenuta da Cristiano, o perlomeno ridurrei al minimo la percentuale di validi sostenitori della buona musica all’interno di quegli ormai trascorsi apparati), dopo parecchia indiscriminata attività il più delle volte bassamente commerciale e solo in rari casi votata alla crescita del gusto e della qualità inventiva, lo scenario è tale per cui, dato l’avvento del download, rimangono solo briciole per tutti.

 

Da questa mesta evidenza generale, e siccome la musica è un elemento essenziale per la crescita anche reale di una comunità (con buona pace di chi ha sostenuto o sostiene che essa sia “bene superfluo”) non può che muoversi la consapevolezza che occorra reinventare l’approccio alla musica, riformulare l’approccio alla produzione di pensiero.

Un compito di certo molto più radicale e ambizioso di qualunque rattoppo momentaneo, ma per curare bisogna andare alla radice del problema, e a nulla serve occuparsi solo del sintomo.

 

Il sistema sul quale abbiamo basato sin qui economia e stile di vita, rivelatosi inesorabilmente sbagliato (non che non si sapesse), indica chiaramente che è venuto il momento per cambiare rotta, in direzione di un vivere più sensato, restituendo alle cose il loro giusto valore, specie quando si tratta di cose astratte, come le idee. E le più astratte delle faccende di pensiero sono appunto cose di musica.

 

Ne consegue che in epoca di cambiamenti essenziali e di rivoluzioni anche degli strumenti attraverso i quali si formula un pensiero, dobbiamo preoccuparci non solo di “cosa” venga prodotto, ma a quanto pare anche di  “come”, con quale media e con quali modalità.

 

Ma non volendo né potendo pensare di impedire ad esempio di fruire liberamente dei files musicali scaricabili dalla rete o ascoltabili in streaming, anche perché risulta oramai evidente il vantaggio che ciò offre dal punto di vista dell’esplorazione di ambiti che altrimenti risultavano poco accessibili ai più, potremmo semmai investire su una visione più profonda del fare musica, la quale visione non può che basarsi sull’onestà e sulla qualità del pensare, ovvero del produrre la musica stessa.

Di fronte allo scenario che si delinea per un argomento sfaccettato come quello della musica, e date le sue innumerevoli implicazioni e collegamenti con tutti i campi dello sciibile e della società, dobbiamo tornare a occuparci, prima di ogni altro turbamento, di qualcosa di fondamentale: e cioè di come impartire e formulare da capo l’educazione alla musica, insieme a una visione più completa e creativa del ruolo di ognuno nel mondo.

Ciò dovrebbe avvenire avendo cura di spostare l’asse da un’eccessiva attenzione ad accademismi e tecnicismi che ne hanno inaridita sin qui la percezione da parte dell’uomo comune, ad un piano più propriamente espressivo. Lo stimolo ad una fruizione creativa e dotata di capacità di critica, indica anche la strada per una maggiore dignità nel proporsi, accanto al desiderio del confronto con il lavoro altrui, condizioni che sono alla base dello sviluppo di un pensiero forte e significativo per chi voglia fare musica (e non solo) sul serio.

Ne deriverebbero un maggiore beneficio sul piano personale nel fare la musica, una maggiore attenzione al contenuto, nonché il rispetto per chi la fa, essendo beninteso in grado di dimostrare la propria profonda dedizione.

 

Leggi: meno improvvisati e avventurieri in cerca di facile gloria, ma più pubblico attento e competente.

Leggi: meno ingolfamento della piazza con progetti inutili o stantii, o con copie delle copie.

Leggi: una più efficace arginazione della profonda ignoranza che causa la diffusa fruizione frettolosa e disattenta

 

Il risultato di questa complessa e lenta operazione di bonifica e di potenziamento del senso, sarebbe un maggiore rispetto e forse quindi il ritorno spontaneo all’acquisto (sotto qualunque forma, vecchi o nuovi formati, o suonata dal vivo che sia) di un’opera della quale si riconosce e comprende maggiormente il significato.

Uno sguardo alla rubrica delle recensioni di qualunque rivista cartacea e non, un’occhiata alla malinconica montagna di libri che ogni giorno vengono accatastati (e abbandonati) sugli scaffali delle librerie, uno scorcio di qualuque graduatoria circa l’interesse per i contenuti, siano essi libri, dischi, film o opere di teatro, non possono che inocularci l’urgenza a muovere in direzione diversa da quella mantenuta sin qui.

 

In mancanza di tutto ciò, vedo solo l’opportunità di tutti noi che viviamo di musica e di idee – dati i tempi – di trovare presto e bene qualcosa su cui fare affidamento onde garantirci un’esistenza ragionevolmente dignitosa. Per tutti gli altri che non sapessero crescere, la prosepttiva è quella di un’esistenza svuotata di senso, e affidata solo alla bulimia del consumo multiplo e indiscriminato.

 

Non è escluso che io sia un sognatore, ma, per citare il mio amico fantasma “I’m not the only one”.

 

gianCarlo Onorato

5 agosto 2012

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Comments
2 Responses to “La difesa delle idee”
  1. Cesare ha detto:

    … proseguo buttando giù sul tavolo anch’io….

    Intanto grazie a Godano e a Onorato, per la proposta dell’argomento
    per caso sono tornato sui passi di Onorato in un lapsus di ascolto di “Falene” che assieme a “Io sono un angelo” portano con se due meteore, non osservate (leggi: Ascoltate) nel panorama musicale Italiano.
    E quindi in quel “navigare” utile e non utile son capitato su quest’isola….

    Volevo quindi partecipare e concentrarmi su alcuni punti dello scritto del Godano
    e poi su quelle di Onorato per dare altri spunti partecipativi a chi passa di qui.

    Godano dice riguardo il cambio da oggetto fisico musicale, disco o CD a file :
    in riferimento al suo , ed anche mio (43 anni oggi, ascoltatore abbastanza attento da quando ne ho 14), passato di ascoltatore (Quindi acquirente) musicale:
    “… quantificando ciò che possiedono non in numero di dischi come facevamo “noi”,
    ma in ore di musica accumulata su i-pod e affini… ”
    la mia domanda è : non è la stessa cosa ? Io faccio il grafico di professione, e il mio lavoro oltre che da gran passione, nasce dalla passione per la musica prima e poi per le copertine di dischi, figuratevi cosa sono andato a perdermi in questi cambiamenti, anche come lavoro, ma non mi lamento, è un segno di cambiamento che mi deve spingere verso nuovi e altri lidi. Credo , questo, sia uno spunto non approfondito abbastanza , inviterei a evitare il “noi” tra virgolette e approfondirei di più il tema del cambio delle forme mediali caso mai.
    E poi sempre il Godano dice: ” … si è perso il senso delle note di copertina, si è persa la conoscenza dei titoli delle canzoni stesse… ” Quante volte ho incrociato gli “appassionati” a vantarsi della conoscenza del disco per le note ma non per l’ascolto profondo, e credo che almeno in musica, che per comodità chiamerò “cantautorale”, è la forza del brano a suggerirci il titolo, proporrei , come qualch’uno ha anche osato più all’estero che in Italia, un “Senza titolo” per i brani di un’album intero per vedere cosa esce dai brani stessi, e se di coraggio si parla in queste parole , proviamo ad osare anche in Italia, o ascoltiamo al jazz, degna e viva forma esistente in musica oggi, proprio in Italia.

    Poi mi riferirò a Onorato ad esempio nel punto in cui dice
    “… smania per fare musica “pubblicando” e esibendosi …” aspetterei a giudicare così con facilità, ad esempio ascoltando i musicisti giovani che si muovono sempre nell’ambito jazz Italiano, anche se mi fido del fatto che gli ambienti li conosci bene Onorato e quindi potrebbe essere più grave di quanto sembra la situazione a noi circostante.
    E poi ancora:
    ” …immancabili coloro che non resistono e al termine dell’esibizione del concerto fanno la fila e il giro dei camerini per andare a consegnare al protagonista della serata l’imperdibile nuovo Demo realizzato in proprio. Ignari del perpetuarsi così del nulla nel quale tutti annaspiamo.”
    Questa si mi sembra dovrebbe andare in tutte le copertine dei mensili musicali a epigrafe, a corpo 112, Bold ! Per un’anno solare, e forse tutti ci accorgeremmo dello stato delle cose.
    Anche quanto segue è vero:
    ” Da parte di molti attori del settore, noti, meno noti o sconosciuti, presso i maggiori canali di comunicazione in rete, noto la tendenza ad autocelebrarsi e incensarsi, vaneggiando circa primati, meriti e graduatorie dei quali manca molto spesso un riscontro diretto e palese.”
    … ma attenzione Onorato, citando una frase del genere, a non cadere nello stesso errore e farne parte anche tu, meglio lasciare ad altri queste affermazione, cercando di andare oltre. Tu, sò, lo sai fare.
    Questa si è una questione sulla quale invito a tornarci sopra più spesso in Italia, ovvero :
    ” … come impartire e formulare da capo l’educazione alla musica …”
    suggerisco a Godano e Onorato un nuovo argomento partendo proprio da qui e ad un’analisi di quanto succede nelle nostre “scuole” o tra i professionisti.
    Solo una cosa avrei tralasciato nel tuo lucido scritto Onorato, proprio perchè può portarti sul podio degli “… attori del settore, noti, meno noti o sconosciuti.. ” con quest’ altra frase: “… per tutti gli altri che non sapessero crescere, la prospettiva è quella di un’esistenza svuotata di senso …”, non mi permetterei di dire una cosa cosi a nessuno, perchè ogni attività senza scopo pedagogico, anche intrinseco, non ha senso, aspetterei nel dare un giudizio simile anche solo lanciato in aria, qui ho avuto le mia belle batoste anche recenti e lascerei francamente perdere, ancora una volta invitandovi ad andare oltre.

    Grazie per gli spunti.

    Cesare

  2. gianCarlo Onorato ha detto:

    caro Cesare,
    nel salutarti caramente, pendo atto di tutte le puntuali osservazioni fatte. Del resto, per un argomento così sentito e sofferto in prima persona, e nel tentare in uno spazio comunque limitato (per quanto si possa “autocelebrarsi anche in termini di spazio nel proprio Blog, laddove in uno spazio radiofonico ad esempio, o in unaintervista scritta sarebero state concesse sopo poche battute), di fornire una visione il più completa possibile del proprio sentire, si può commettere la debolezza di abbozzare talvolta pensieri che rischiano di essere intesi male. Infati mi sono di certo espresso male nella chiosa del mio intervento, laddove lasciavo in modod un po’ troppo lapidario a chi non volesse crescere un futuro malandato di fruitore passivo. Non intendevo certo assumere un atteggiamento sprezzante delle altrui sorti, chiamandomi all’olimpo di chi invece sa dove andare. Al contrario, intendevo, sbagiando nel formulare il concetto, ribadire che se non vi è un impegni ben formulato sull’educazione all’individualità più creativa e rispettosa di sé e degli altri, non vi possono essere neppure le consapevolezze che ci emancipano dal rimanere fruitori senza troppa cognizione di causa, dunque portati a una tragica superficialità. Voleva essere una estrema esortazione e ha finito col sembrare una offensiva manifestazione di superiorità verso chi non capisce. Me ne scuso con chi l’avesse colta in tal senso. Concordo con te infine sul rischio di finire a mia volta nel girone di coloro che si autoincensano, ma aggiungo però che per limiitare almeno questo difetto, da anni sono in costante osservazione e frequentazione di tutte le generazioni di musica, come dimostra la mia biografia settimanalmente, relativamente a festival diretti e frequentati, dischi e produzoni condivise nonché colleghi proposti e accompagnati ovunque, e condividendo spesso le gioie e le conquiste di altri, verso i quali nutro un profondo affetto di categoria, da non scambiarsi con altre colpevoli manie corporative; quindi starò attento a non cadere nel baratro da me stesso indicato agli altri, ma sa, quando si agisce in tanta disperata solitudine, con troppo poche protezioni, il rischio, imposto dall’istinto di sopravvivenza, è sempre in agguato). Io accolgo il tuo consiglio a insistere sul bisogno di reimpostare l’educazione, in una direzione più maieutica e creativa, non slo della musica, ma in generale di tutto il sistema pedagogico. E mi batterò in ogni occasione per questo. Del resto, caro Cesare, io sono autodidatta e caparbiamente individualista, ma con molto rispetto delle moltitudini e degli inisiemi e con gli snodi epocali, che vanno compresi e interpretati.
    Chiuderei qui, viste le origini proletarie ma non per questo meno snob della mia personalità, con il richiamo a un capolavoro di eresia pop di ormai molti anni fa: “Working Class Heroe”, in cui il mio “amico fantasma”, Lennon, per scuotere gli animi di chi permaneva passivamente in uno stato di subalternità rispetto a un sistema colpevole, non si faceva scrupolo ad appellarli come “fottuti zoticoni”. Questo non vuol dire che non credesse nel risveglio delle masse, ma a volte le sberle servono ad aiutare chi è in difficoltà.

    baci, gianCarlo

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