uno sparo nel vuoto

divagazione su danaro e scambio naturale

Noto che nel tempo immancabilmente qualcuno decide di farla finita dopo aver per anni fatto parte di sistemi economici a dir poco importanti. Quali che siano le dinamiche che differenzino questo caso recente da quelle di altri già verificatisi in passato o che in futuro dovessero verificarsi, ci si sente al cospetto di un pensiero che subisca il passaggio da uno stato di potenza massima, con conseguente disinvolta gestione di una vita eletta, ad uno stato di massima impotenza, con conseguente scelta di abbandonare il gioco crudele della vita identificata con la vita economica (con i suoi strascichi in quella politica, personale, etica, emotiva).

 Sorge quindi naturale una riflessione che, mi si conceda, per prendere le distanze da quello sparo di pistola, deve potersi permettere di assumere i toni, tanto bistrattati dai realisti, di un volo utopico. Infatti io credo che sia di gran lunga preferibile immaginare una miglioria delle cose del mondo e credervi, per quanto di difficile attuazione essa sia, piuttosto che doversi confrontare con le conseguenze tanto misere, come  quelle di un suicidio per fallimento di gestione, di una visione aggrappata ad un senso di realtà identificato con la concretezza, di cui il danaro sarebbe la quintessenza. Quindi (col massimo rispetto per la vita che si è persa e per i valori specifici della persona che qui non sono messi in discussione, né sono oggetto di questa trattazione) oppongo a quello sparo occorso nel roboante vuoto di una gestione complessivamente basata sul danaro, per chi ne avesse voglia, questa divagazione utopistica.

La maggior parte di noi fonda completamente la propria esistenza sul danaro. La quasi totalità delle persone che si trovano a vivere sulla parte cosiddetta avanzata del globo non pensa neppure una volta nella propria vita di poter fare a meno di esso. A ben pensarci, non esiste un solo aspetto della vita sul quale ci basiamo concretamente che non passi attraverso la quantità di denaro posseduta o oggetto di transazione dalle nostre alle altrui mani e viceversa. A pensarci ancora meglio, ci accorgiamo che tutte le condizioni sulle quali poggia la nostra “sicurezza” si basano sul danaro. Vi è poi una parte consistente di umanità che sperimenta a diversi livelli il dolore di non possedere abbastanza danaro per garantirsi alcuni dei principi basilari dell’esistenza, come il nutrimento e la sanità, fino ad aspetti non meno importanti, sebbene più astratti, come la fiducia nel futuro e la sensazione di “garanzia”.

La verità dei fatti, se ben indagata, rivela che rispetto al soldo tutti siamo nelle condizioni di una costante precarietà, e il fatto di legare tanto inscindibilmente la nostra esistenza e il concetto di soddisfazione e felicità a questo sistema di scambio e di acquisizione di diritti nel mondo, ci frega più di quanto non siamo portati a pensare. Questo vale anche per coloro che posseggono somme significative e beni materiali facilmente trasformabili in denaro contante o equivalenti di altri benefici trasformabili in garanzie economiche, e ancora, vale persino per coloro che sono (o che si sentano) al vertice di sistemi ritenuti inattaccabili ed estremamente floridi.

La storia ha dimostrato che l’iniquità generata da questo sistema, il danaro, è tale per cui si possa con grande facilità passare dalla più decisa solidità alla più brutale assenza di sostanze e dunque di garanzie. Non sembri una visione eccessivamente drastica, dal momento che le crisi che si avvicendano sul pianeta parlano chiaro a questo proposito, e quella che stiamo attualmente attraversando lo dice chiaramente proprio a tutti, in virtù soprattutto del progressivo diffondersi di una dimensione politico-sociale-economica che, mettendo tutti in relazione, ci rende tutti quanti suscettibili di improvvise cadute collettive, come coloro che scalino un pendio particolarmente duro seminato di brutte sorprese, e che rischino, essendo collegati, di cadere tutti in cordata.

D’altra parte è un fatto osservabile che, nelle nostre società si è per forza dovuto fare largo ad una lettura maggiormente rispettosa dei bisogni e delle capacità dell’individuo e dell’ambiente, contrariamente al credo in voga fino a qualche tempo fa, del tutto sordo e cieco rispetto ai bisogni più intimi dell’uomo come a quelli del pianeta, avendo come unico fine il raggiungimento di mete di profitto e massacrando ogni sensibilità umana e ambientale.

Questo crea una condizione mai come oggi matura affinché si facciano largo riflessioni più possibiliste rispetto a sistemi di vita meno radicalmente convinti di principi una volta ritenuti intoccabili, e appare sempre più evidente appartengano ad un tempo in cui l’uomo nella sua complessità era ben altra cosa rispetto a ciò che è oggi.

È come se oggi sentissimo finalmente sempre più marcato e più condiviso ad ogni angolo della terra il diritto di affermare certe condizioni imprescindibili per vivere una vita più dignitosa nei suoi assunti di base, tra i quali si annoverano il rispetto della persona e dei suoi bisogni come delle sue aspirazioni più profonde, della sua vulnerabilità fisica ed emotiva, della sua privatezza e della sua tendenza ad un costante miglioramento, oltreché ad un sempre più diffuso rispetto del bene naturale dal quale tutti noi dipendiamo.

Perché mai il rapporto col danaro dovrebbe fare differenza?

Questi ragionamenti, sui quali, pur non potendo fare a meno di concordare, farebbero comunque spallucce di sufficienza analisti ed economi, finanzieri e bancari in genere, (tranne coloro che per ragioni di danaro ad un certo punto scelgono un’uscita di scena affidandosi ad uno sparo alla tempia) portano ad una sola conclusione. Checché ne dicano coloro che ritengono impossibili altre forme di organizzazione e distribuzione del bene, il danaro è un sistema iniquo e, come si vede, ben poco meritocratico. In base ad esso si giudica impropriamente il valore di una persona o di un sistema (Portogallo e Grecia sarebbero state recentemente e impunemente definite “spazzatura” da eminenti apparati di natura economica mondiale), errando di molto nella formulazione di un giudizio che troppo poco sa tenere in considerazione le capacità reali e le reali attitudini di un individuo o di un sistema di individui, di operare per il bene di tutti.

Perché, se il principio sul quale si basa il danaro è, in ultima analisi la distribuzione del bene materiale dal quale consegue poi tutto il rimanente bene, fisico, mentale, estetico, analitico, conoscitivo, (già qui dimostrando il proprio abissale limite, nel sovvertire gli assunti fondanti dell’esistenza), questo principio che diviene uno scopo, di filosofico e di filantropico ha poco o niente, avendo ampiamente dimostrato che le sue regole sono invece tendenti piuttosto a risultati opposti: quelli di un sistema all’interno del quale pochi fortunati gestiscono il gioco a proprio piacimento, e per forza di cose (affinché ciò si perpetui) ai danni o alle spese dei tanti che non hanno, non hanno avuto e non avranno accesso alle aree di comando.

Ma cosa succederebbe se domani il mio valore smettesse di coincidere coi miei conti in banca, ed io in quanto persona riconosciuta esperta in un dato settore mettessi a disposizione il mio sapere per scambiarlo con chi ne possedesse uno di diversa natura ma assai utile al mio fabbisogno concreto? Poniamo ad esempio che io, avendo conoscenze di edilizia, volessi contribuire alla costruzione di un sistema abitativo per te, che a tua volta hai competenze di alimentazione, e stabilissimo un ragionevole accordo in virtù dei servizi che andiamo a scambiarci. Certo all’inizio occorrerebbe prendere per bene le misure, giacché è evidente che una sola forma di pane, dato il lavoro che esso richiede per ottenere il prodotto finito, non potrebbe essere l’equivalente della ricostruzione di un tetto, no di certo; ma un’operazione di edilizia quale è un tetto potrebbe a buon diritto essere l’equivalente di un periodo consistente di fornitura di alimenti, dando la garanzia per chi offrisse un tale servizio, di essersi assicurati una costante risoluzione della voce alimentazione da cui dipende l’esistenza di tutti noi. Sarebbe messo in pratica il celebre motto (del tutto disatteso nella realtà) “lavorare per la pagnotta”. Inoltre, poter così esercitare il proprio valore in ciò che appassiona, sarebbe assai meglio che concedere ampie parti della propria esistenza a produzioni per le quali non si nutre alcun interesse (e che in fin dei conti non fanno bene né a te né ad altri), in cambio di salari il più delle volte insufficienti a garantire una decente e serena esistenza, con l’aggravante di privare di troppa parte del tempo che si dovrebbe invece poter dedicare a se stessi.

Ciò nondimeno, scavando nel concetto di scambio, sarebbe facile individuarvi aspetti complicati da concordare e legiferare, affinché non nascessero comunque iniquità, e per evitare l’instaurarsi di comportamenti che potrebbero mandare in tilt il sistema di scambio stesso. Ma quale sistema basato sulle attività dell’uomo non rivela aspetti incongruenti, instabili e dunque necessari di continue sistemazioni e regole? Parlando di uomini, è inevitabile arrivare alla messa in pratica di comportamenti indotti da pensieri e sentimenti che non sempre collimano e assai di frequente invece addirittura cozzano con quelli di altri uomini. Questo è certo.

Ma, in via del tutto teorica, ed avendo ampiamente dimostrato la fallibilità ad ogni piè sospinto del modello basato sul danaro, nulla ci impedisce di formulare alcune delle ragioni in basi alle quali il ritorno, ovvero un avvio più consapevole ed evoluto di una economia di scambio, si dimostrerebbe un metodo di organizzare le società assai più luminoso e giusto:

  1. Si tornerebbe al valore reale di ciascuno di noi, quello che troppo facilmente viene calpestato o ignorato dai sistemi nei quali ci troviamo a vivere attualmente.
  2. Ciascuno sarebbe chiamato in causa personalmente a rispondere di sé e su ciò che sa effettivamente fare, mettendo in moto una inesauribile serie di meccanismi di operatività, contribuendo a diminuire sensibilmente quella parte dell’infelicità umana che trova sede nell’insoddisfazione personale e nella frustrazione.
  3. Renderebbe tutti uguali. Cosa che non ha saputo e non saprà mai fare il danaro.
  4. Sarebbe meritocrazia allo stato puro.

Inutile fingere che non si sollevino obiezioni. È palese che alcuni di noi sarebbero avvantaggiati avendo conoscenze da tutti considerate più significative di altre; penso a chi si intende di medicina, ad esempio, o di istruzione, (guardacaso due aspetti fondamentali della vita così spesso oggetto di vessazioni e di ingiusti trattamenti ovunque).

Mettiamola così. La meritocrazia, in molti casi assai invisa, non è poi così temibile se i principi sui quali ci si basa sono comunque rispettosi delle capacità di chiunque, se il merito riconosciuto a chi lo abbia non comporti discriminazione verso chi ne mostri meno e soprattutto se a tutti si offrano possibilità reali di dimostrazione del proprio valere. Penso a quante persone al mondo avrebbero le qualità per accedere all’esercizio di attività importanti, alle quali attualmente (con le dovute eccezioni) non sono normalmente ammesse mancando loro i sostegni economici necessari per potersi fare largo ed essere considerati. Ogni volta che un uomo di valore, in qualunque campo si svolga la sua competenza, non può esprimersi al massimo delle proprie possibilità, è un enorme danno per tutta la comunità.

Ad ogni modo, in una società decisamente meritocratica, come sopra, niente impedisce di individuare sistemi legislativi che regolino il comportamento, evitando il riformarsi di classi privilegiate in quanto detenenti informazioni o specializzazioni tali da elevarle rispetto agli altri. Senza dimenticare che, se nel modello basato sul danaro la regola è una sola: averne o non averne, indipendentemente da tutti gli altri meriti individuali, sul modello basato sulla molteplicità dei servizi scambiati, posso non eccellere in questo, ma risultare imbattibile in quest’altro servizio. Se guardato con la necessaria attenzione, ognuno di noi è a suo modo una vera miniera di questa o quella virtù, dalla più umile, essenziale o futile, alla più raffinata e astratta.

Questa breve riflessione intorno ad un possibile sistema basato sullo scambio, non è che una speculazione teorica, ma da qualunque parte lo si voglia guardare, esso offre sempre e comunque molti più vantaggi di quanti non ne sappiano dare i più complessi modelli di società capitalistica.

Una volta giunti a questa conclusione, che cosa ci impedirebbe di applicare un sistema migliore di organizzazione alla nostra esistenza? Qui molte opposizioni, certo.

Ma se non possiamo davvero metterlo in pratica, e riflessioni come questa fossero utili a stimolare anche solo una maggiore sensibilità verso il valore reale di ognuno, non determinato necessariamente dal suo portafogli, ma tale da poter essere scoperto con cura e attraverso un confronto adeguato,  che non sia quello che si incarna nell’indagine dell’impiegato in banca costretto a chiederti quali siano i tuoi beni materiali per poterti inquadrare e valutare come cliente-alias-persona, ciò sarebbe una notevole occasione di crescita individuale. Di attenzione alle capacità e alle caratteristiche, ai bisogni più complessi e intimi, più radicati in ognuno di noi, e per niente riassumibili in un estratto conto. Se non si può facilmente attuare una società in cui sia in vigore come unico sistema di valore lo scambio vicendevole dei servizi allo scopo di rendere tutti più soddisfatti di sé e della vita con gli altri, si può almeno guardare con maggiore sospetto al danaro e a fare un sempre minore affidamento ad esso come metro di giudizio. Squalificarlo gradualmente dalle priorità della nostra vita, sarà un grande servizio che possiamo fare a noi e a chiunque ci circondi o si possa incontrare.

E se queste divagazioni, prendendo le distanze da quel colpo di rivoltella nel vuoto assoluto di un mondo letto attraverso il danaro, ci conducesse ancora più vicini al bisogno che abbiamo di noi stessi, sarebbe un bel traguardo toccato con la gratuità che hanno le cose migliori nella vita. Non è poco, se penso che tutto debba partire da lì.

gianCarlo Onorato

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Comments
One Response to “uno sparo nel vuoto”
  1. Patrizia Pili ha detto:

    La verità è che ci è stato fatto credere che sia il denaro a mover il mondo, contrariamente a ciò che scriveva Dante troppi anni fa… e di fatto è così.
    La cosa paradossale è che tutto quel denaro che si muove, intorno e dentro al mondo, non appartiene a chi ci gioca, ma appartiene a noi tutti.
    Poche centinaia di persone al mondo giocano e decidono della vita di miliardi di altre…
    C’è un che di surreale, in questo , a riuscire a vedere con un certo distacco…
    Una interessante discussione proprio su questi temi, è stata la protagonista di una animatissima serata con carissimi amici, qualche tempo fa…
    E oggi pomeriggio, uno di loro, che con altro linguaggio sposa però le tue tesi, mi ha appena inviato un video: l’ apoteosi dell’ assurdità della nostra vita.
    Tutto cominciò quando la condizione umana fu trasformata in condizione di consumatore… Modernità, l’ hanno chiamata. Progresso, dice ancora qualcuno. Sappiamo bene cosa ne pensasse Pasolini, della (non) sottile differenza tra i due termini, affatto sinonimici, come ancora si ostina a considerarli qualcuno…
    E il grande Ermanno Olmi, che ho avuto la fortuna di rincontrare pochi giorni fa in uno splendido festival letterario della mia regione, ha detto della pubblicità una cosa brevissima, ma illuminante:” Io la guardo, la pubblicità, perchè atttraverso di essa ho la misura della mia stupidità”.
    Ecco, è tutto qui.
    Siamo fondamentalmente degli stupidi. Spesso inconsapevoli stupidi, altre volte stupidamente consapevoli.
    Un abbraccio, per ringraziarti delle tue riflessioni e della tua profondità.
    Patrizia

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