Onorato, l’Artista come intellettuale e artigiano, intervista da “Jam”

Figura di culto del rock d’autore italiano sin dai tempi degli Underground Life, GianCarlo Onorato rappresenta oggi la figura dell’artista a 360 gradi che lotta con la quotidianità di un mondo – e un mercato discografico – sempre più caotico e confuso. L’uscita del nuovo lavoro in studio, Sangue bianco, è una buonissima scusa per parlare con un intellettuale finissimo e una persona davvero deliziosa. 

di Vanna Lovato

Immagina di trovarti di fronte a un ascoltatore che non ti conosce. Cosa gli diresti per dargli la chiave di lettura di Sangue bianco?

“Quello che faccio negli altri ambiti artistici si condensa nella mia musica, che è una sorta di distillato della mia visione del mondo, ma non credo che chi non conosce l’universo di Onorato debba passare necessariamente dalle altre discipline da me affrontate. Penso piuttosto che le mie canzoni vadano accolte come delle sonde, dei vettori che portano in un qualche fondale che tutti abbiamo, ma che non tutti hanno la voglia o il coraggio di esplorare. Non è necessario aver letto Dostoevskij per capire Tarkovskij, è necessario però che la predisposizione sia tale per cui ti aspetti di fare un viaggio dentro te stesso”.

Trovo che tu abbia un gusto per la melodia estremamente sviluppato, il che rende le tue canzoni in qualche modo accessibili.

“Se uno dovesse paragonare la mia musica a una qualunque altra produzione pop, probabilmente direbbe che queste cose sono più difficili. D’altra parte, un più attento ascolto di quello che produco dischiude altri orizzonti, che sono facilmente praticabili se si ha voglia di fare un passo. Bisogna superare quella soglia iniziale. E se la musica non è superamento di soglia, che cos’altro è? Faccio una grande fatica a trovare una collocazione- e ne sono consapevole – perché rifiuto a priori le categorie. Questo è il mio pregio e anche il mio limite”.

Ma tu che cosa ascolti?

“Fare musica significa ascoltare musica. Il musicista è un’antenna vibrante che capta tutto quello che riceve e lo riassume in una propria visione del mondo. Negli ultimi anni ho ascoltato la musica di tutti i miei colleghi italiani più in auge, che conosco e valuto. Poi ci sono degli autori senza tempo che mi stanno molto a cuore: mi piace molto Ligeti, ho ascoltato con molta attenzione la solennità di certo barocco. Apprezzo moltissimo il cantautorato americano. In questi ultimi anni sto ascoltando moltissima musica di commento cinematografico, soprattutto degli anni 60 e 70 italiana, per esempio Stelvio Cipriani e Riz Ortolani, musicisti strepitosi che hanno saputo coniugare un grande mestiere con una forte sensibilità, che poi era propria anche dello spirito artigianale con cui si faceva cinema in Italia all’epoca. L’artigianato è quello a cui stiamo tornando, perché ci condanna il fatto che i dischi non si vendono più. Secondo me è l’unica vera possibilità di salvataggio in questo enorme villaggio globale in cui tutti ormai navigano, ma in cui anche tutti spariscono”.

Se la musica non è il superamento di una soglia, cos’altro è?

Oggi però manca il background culturale, quello che i nomi che hai citato possedevano, anche se facevano musica  “di consumo”.

“Concordo assolutamente. Aggiungerei che, quello che oggi disorienta chi fa un mestiere di pensiero, è la mancanza di attenzione. Un tempo fare un disco voleva dire dedicarsi a quel disco. Oggi se non sei presente sul mercato con una certa assiduità hai il terrore di essere dimenticato, quindi si produce in maniera frettolosa e superficiale; l’opera si impoverisce e si impoverisce anche l’attaccamento del fruitore all’opera stessa. Ma la potenza di un’opera è la capacità di chi la sa cogliere. È per questo che, quando faccio un disco, impiego tutto il tempo che mi serve, perché senza approfondimento non ci può essere contenuto. E una società può abbruttirsi o impreziosirsi a partire proprio dall’attenzione che si dà alle idee e alla loro circolazione”. 

Perché registrare il disco in tanti posti diversi e con così tanti musicisti?

“Quando cominci un lavoro non sai esattamente come arriverà alla sua fase finale, però intuisci quello che dovrebbe essere. Quindi, inseguendo l’idea di essenzialità senza perdere il dettaglio e la ricchezza dell’insieme, ho selezionato una serie di luoghi fisici. Così come una persona non vale l’altra, anche un ambiente non vale l’altro. I musicisti che mi hanno seguito sono molti di più dei 25 indicati sul disco – che sono quelli che hanno suonato nelle canzoni pubblicate – perché anche i brani a cui ho lavorato erano moltissimi. Questo è un disco di 10 canzoni su 40 pensate inizialmente e circa 30 suonate, di cui una decina oltre a queste portate quasi a compimento. Si parla di semplificazione, di sottrazione, che può avvenire soltanto spargendo dappertutto il colore, partecipando e facendo partecipare anche gli altri alla ricerca, a volte caotica a volte mirata, di certe cose”.

Cosa fai di questa enorme quantità di materiale? Qualcosa verrà ripreso o sai che verrà completamente abbandonato?

“Il più delle volte viene abbandonato, per la stessa ragione che l’ha portato ad essere scartato dalla pubblicazione. È più facile per me veder le canzoni come pioli di una scala: ogni singola cosa, anche non riuscita, è servita per raggiungere un altro risultato. In realtà, in questi tre anni ho fatto due dischi. Uno è Sangue bianco, l’altro non ha ancora un titolo ed è un disco in cui ho fatto delle rivisitazioni di brani senza tempo che ho pescato da tanti altri repertori:da canzoni di film a brani pop, dalla musica rock ad altre cose. Sono una dozzina di brani che ho registrato poco prima di terminare la registrazione di Sangue bianco, e non so quando verranno pubblicati. Ma quando poi si saprà che brani sono, si capirà meglio quali sono le mie frequentazioni musicali”.

JAM VIAGGIO NELLA MUSICA – N° 178 – Febbraio 2011

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