Onorato Artista “Rinascimentale”, intervista da “L’isola che non c’era”

Reduce dall’esibizione al Premio Tenco, Onorato ci racconta come nascono le sue canzoni, quanto debbano preoccupare la progressiva passivizzazione della percezione e dell’ascolto e il sonno dello spirito critico, come la musica di valore non possa che nascere dall’innovazione.

 

di Ambrosia Jole Silvia Imbornone

Nell’orchestrazione delle atmosfere intense, nella solennità del pianoforte, nella trama metaforica dei testi di questo album vibra una forma di religiosità laica, quella della vita. E soprattutto la sessualità nelle tue canzoni (penso in questo disco a Io ti battezzo ma anche ad esempio a brani precedenti come Mia cattedrale, lungo brano di chiusura di Io sono l’angelo, 1998) ha un afflato, un respiro sacrale. Il pure diffuso edonismo di oggi, al contrario, non è troppo spesso epidermico e dissacrante rispetto alla comunione dei corpi?

Credo che uno dei ruoli di chi svolge una comunicazione creativa e quindi anche del musicista sia quello di andare quanto più possibile controcorrente rispetto alle condizioni che ci circondano, che sono spesso condizioni sbagliate. Io penso che ci sia una lettura davvero fuorviante non propriamente della sessualità, ma in generale del rapporto con sé stessi, con il corpo, con il mondo esterno, mentre è innegabile che nella storia dell’umanità la sessualità sia stata sempre considerata nelle varie culture, anche molto antiche, come un veicolo di conoscenza di sé stessi e dell’Altrove, anzi come un vettore che ci porta da noi stessi fino a realtà solo ipotizzabili ed anche pertanto verso il sacro. Infatti cos’è il sacro, se non la giusta riverenza rispetto a ciò che non possiamo interamente conoscere? Questa visione anche della sessualità pertanto mi sta molto a cuore proprio in questo senso, come strumento di indagine, almeno nella velleità di un atto conoscitivo. Se poi il resto del mondo vive la sessualità come un fatto scadente, molto commerciale e volgare, è un problema da combattere.

Sì, certo…Tra l’altro tu facevi riferimento anche a culture molto antiche, ma effettivamente forse (se si pensa alla storia delle religioni per esempio) il corpo è stato considerato in questo modo maggiormente nella civiltà orientale, mentre in quella occidentale è stato contrapposto all’anima. In questi brani invece il corpo sembra tempio di un desiderio di infinito, «porta soffice dell’ineffabile», come recita un verso di Sasha.

Esattamente. C’è poco altro da dire, se non che Sangue bianco è un disco incentrato sulla partenza, su un viaggio conoscitivo alla ricerca di sé stessi. La partenza è anche però il luogo d’arrivo: viene indagata l’individualità, la fisicità di una persona, così come tutte le possibili potenzialità che si diramano da questa, per cui si ritorna al discorso di poc’anzi. Io penso sia impossibile non indagare almeno in alcuni frangenti della vita, almeno qualche volta nella vita, con una conoscenza anche in maniera solo istintiva e sensibile, sé stessi attraverso l’ambiente fisico, che comporta però anche un passo nell’Altrove. La fisicità che metto in campo io non è strettamente e necessariamente ferma al materiale, ma chiave di volta per indagare altro e questo è il tema principale del disco.

A proposito di questa inevitabile voglia di conoscenza che anima anche le relazioni, tre delle nuove canzoni musicano e adattano, come già in passato, poesie a firma femminile (Anna Lamberti-Bocconi per Il carnevale dei morti, Else Lasker-Schüler per Else lied e Paola De Benedictis per Io ti battezzo). Tuttavia, per quanto ci si focalizzi anche sul corpo femminile, nel suo candore, nelle sue illusioni e nelle sue sensazioni, l’origine della percezione è soprattutto maschile. E’ a causa del limite invalicabile che possiede appunto la conoscenza sensoriale ed emozionale dell’Altro nel suo potersi esplicare solo in noi e da noi, nel e dal nostro corpo?

La nostra soggettività, al di là del genere, che sia maschile o femminile o un’altra gradazione di quella strepitosa categoria che è quella della sessualità (che ci riguarda tutti a nostro modo), è insieme il nostro più grande pregio e il nostro più grande limite: bisogna avere il coraggio di confrontarvisi, accettandolo, ma questo non vuol dire che non ci sia un bisogno e uno slancio di andare oltre, per indagare la realtà. L’uomo vorrebbe conoscere tutto, ma non può; comunque, partendo dai propri limiti, intraprende un viaggio di conoscenza su più livelli. Ho sempre utilizzato una sensibilità femminile ogni volta che mi sono cimentato con un testo non mio perché penso che la donna sia la depositaria di una visione altra delle cose. Questo mi dà la possibilità di un gioco di punti di vista: è ovvio che nell’adattamento di questi testi ci sia la consapevolezza di cantare una fisicità osservata e vissuta dall’altra parte, da quella femminile, ma ho anche l’occasione preziosa e feconda di calarmi in questa sensibilità. L’obiettivo è sempre quello di fare fusione, mescolamento tra te e il resto: è questo la vera sessualità, non è genitalità, confusione, dispersione, amalgama di tipo chimico, ma pensiero, comunicazione, circolazione delle idee. Questi sono i miei temi e credo che in Sangue bianco abbiano raggiunto la loro forma più concentrata e focalizzata, ma se si guarda con attenzione ciò che ho fatto in passato, si leggono i miei testi e romanzi, ci si rende conto che sono sempre stati presenti.

I versi di Anna Lamberti-Bocconi adattati in questo disco sono quelli de Il carnevale dei morti: solo in questa canzone nell’album il corpo sembra oggetto di degrado, di una manipolazione che sa appunto di morte e non di vita. Che cos’è il «carnevale dei morti»?

Il carnevale dei morti è una forte metafora di quella che è la spinta nichilista, autodistruttiva, autolesionista delle società organizzate dimenticandosi dell’individuo ed è valida per ogni tempo. E’ una società pericolosamente e parossisticamente protesa verso un baratro, che è sempre a portata di mano in un tipo di esistenza non rispettosa; dell’approssimarsi di questo baratro ci si dimentica in una danza folle. Il testo di Anna Lamberti-Bocconi poi è molto più vasto, io ne ho tratto solo gli spunti che mi sembravano più suggestivi: la lettura della lirica completa illustra lo spreco formidabile della forza e della libertà dell’individuo; quando la società inizia a sacrificare l’importanza e la sacralità del soggetto, allora si è in pericolo e il disastro è incombente. Questo testo potrebbe essere adattato a qualunque epoca storica, però all’interno di questo disco avevo bisogno di uno sguardo più generale, più “politico”, a misurare l’esterno, uno sguardo che si rivolgesse verso la collettività, e a questo mi è servita questa lirica, che conservavo da tempo, ma non avevo mai avuto modo di affrontare.

Il tuo lavoro di composizione è molto ammirevole anche perché, in tempi di musica usa-e-getta, la ri-sacralizza (per riutilizzare ancora questo verbo…) grazie ad una raffinatezza da assaporare a lungo e una cura che rivendica i suoi tempi. L’arte è cesello o è comunque attesa, gestazione, incubazione dell’ispirazione? E forse oggi, in altri casi deteriori, la musica muore in fretta, perché nata in fretta?

Per me le idee attraversano due fasi. Una è quella della nascita di un’idea e lì c’è la sua forza: quanto più si riesce a conservare la sua integrità originaria, tanto più arriva con efficacia agli altri. Un’altra fase, più difficile, è quella dell’elaborazione dell’idea, che richiede moltissimo tempo e disciplina, la voglia e capacità di farla decantare. L’idea di un disco, di un’opera teatrale o narrativa, ecc. richiede un determinato tempo di decantazione, affinché l’idea abbia la possibilità di fermentare, di andare incontro ad un aggiustamento, allorché si misura con gli avvenimenti non solo politici, ma mentali e intellettuali. Credo che ci siano dei creativi assai più veloci di me e comunque non per questo meno validi, però in linea di massima penso che tutte le opere richiedano del tempo perché possano essere verificate e diventare attendibili; diversamente si rischia un’approssimazione che tende a sfumare in fretta. Partendo dalla “presunzione” che si ha, nel momento in cui si pubblica, di avere qualcosa da dire, che per me è fondamentale, voglio essere certo che chi fruirà delle mie idee sarà di fronte al meglio che io potessi fare. Non passo dei mesi a pensare e ripensare alle cose: le canzoni per questo disco sono state scritte in un arco di tempo abbastanza limitato, ma poi hanno richiesto molto tempo per essere portate al loro livello più adeguato. Ho cercato di fare sottrazione di tanti elementi, ma conservando la potenza dell’idea iniziale. I dischi usa-e-getta li troviamo comunque e ovunque, ora più che in passato, perché è più facile accedere a determinati mezzi. Però la facilitazione che viene dalla tecnologia non deve portare a uno spreco, alla sovrabbondanza: c’è un eccesso di proposta e una scarsità di richiesta. Se la gente legge meno o ascolta meno o in maniera più fuggevole, perché così tanta proposta? Forse sarebbe meglio si concentrasse su qualcosa: è meglio scrivere meno, ma in modo significativo. 

Già, la musica infatti rischia di diventare un sottofondo, se in tanti hanno poco o nulla da dire: in un circolo vizioso la superficialità degli ascoltatori può solo aumentare, se essi non sono trattenuti da qualcosa di significativo…

Sì, una fruizione, impoverita, distratta e disattenta della musica impoverisce anche l’opera, la musica stessa, la circolazione delle idee, la società e una società composta da individui che non sono in grado di prestare la giusta attenzione ad un piatto, ad un’opera musicale, ad un pensiero, ad una relazione, è una società fatta di persone meno felici, meno preparate, più fragili, meno capaci di scegliere. La fruizione disattenta costituisce un problema molto più grave di quanto non si possa immaginare: più che un atteggiamento, è, a mio modo di vedere, il sintomo di una malattia, di qualcosa che va corretto.

È lo spirito critico che si ammala progressivamente. E si va verso la passività… 

Esattamente: si perde per strada la capacità di assegnare un valore e non si è più giustamente e fortemente esigenti. Sono ultimamente sorpreso davanti a molta parte (non tutta, ovviamente) della letteratura, della musica o del cinema: sono davvero sensibilmente impressionato da quanta leggerezza ci sia nello giudicare cose di livello bassissimo o nullo. Finché la proposta sarà dettata dal business, ci sarà un continuo impoverimento; poi si arriva a momenti di crisi del mercato discografico e tutti si chiedono come mai non si vendano più dischi: se si ha la voglia e l’attenzione di conoscerle, le ragioni possono essere facilmente individuate.

Parlavi del lavoro per il tuo disco come anche una ricerca di sonorità per sottrazione: questo album è il frutto di 25 musicisti, ma i suoni sono abbastanza minimali ed essenziali. Non ci sono suoni superflui, che “facciano scena” o siano solo di riempimento. Come si sviluppa la tua musica in quest’idea di lavoro collettivo, che in questo caso ha anche coinvolto cinque studi diversi?

Beh, come dico spesso ultimamente, la musica è una disciplina in cui, tranne in rarissimi eccezioni, ogni idea, imbastita, formulata e offerta in una dimensione collaborativa con altri musicisti che suonano con te diventa automaticamente un’idea condivisa: così quello che alla fine si ascolta è la somma di diverse sensibilità e personalità, di passaggi e interazioni. Questo è anche il bello della musica e io pertanto credo nell’opera corale. Ogni disco è qualcosa di molto composito e stratificato; però per non perdere la forza dell’idea originaria, di cui parlavo all’inizio, è necessario fare molto lavoro di sottrazione: stendere le idee, condividerle, elaborarle, provarle, ecc. per poi arrivare progressivamente all’essenziale. Se io presento dal vivo un disco così stratificato come Sangue bianco con due, tre musicisti, saremo portati a creare molti livelli con il rischio di aggiungere suoni che non sarebbero necessari…In studio hai la possibilità invece di valutare attentamente ciò che nasce dalle tue mani e molti livelli, molti strati, molte collaborazioni ti permettono poi di valutare, una volta stesa tutta la trama dei suoni, che cosa suona e che cosa non suona, che cosa è bene che partecipi al suono collettivo, ma non sia evidente (ci sono moltissime parti di questo tipo, non meno importanti), e cosa invece deve essere più palese. Abbiamo girato in diversi studi, ma alla base c’è sempre la ricerca di una sorta di distillato musicale. Il mio lavoro è una bottega, in cui avviene di tutto, ci si sporca, si utilizza tutto, tanto alla fine c’è un estremo, accurato lavoro di pulizia di ogni singola parte, per cui possa emergere ciò che sembra più idoneo.

Ora hai appunto utilizzato questo interessante concetto di «bottega» per definire il tuo lavoro. In Reginebambine si ascoltano questi versi: «Io sono un vanesio, / il suonatore vampiro / io l’incomprensibile / che comprende e non sa dire / io il ramadan, / il malato guaritore». Come autorappresenti te stesso come artista e come concepisci appunto la tua arte?

Io credo di essere decisamente diverso da quelle che sono le altre personalità che ho notato in circolazione: non mi sento di assomigliare ad alcuno. Mi rendo conto che possa sembrare un atto di presunzione, ma intendo che ho un mio percorso che mi ha reso quello che sono oggi. Alcuni elementi che mi caratterizzano erano presenti molti anni addietro, c’erano in me fin da ragazzino: cercavo di far coesistere ed interagire varie discipline. Forse da allora ad oggi quel che mi riesce meglio è trovare un equilibrio tra queste discipline. Quindi stento io stesso a trovare una definizione, o ad accettare quelle che leggo, perché in sostanza sarebbe meglio se fosse possibile non dare definizioni di quel che uno è. Se qualcuno ha la benedizione di essere un musicista, uno scrittore, di muoversi in più campi dell’arte, allora bisogna semplicemente riconoscere che qualcuno di noi è un creativo in modo più rivelato in più aspetti e discipline in contemporanea rispetto ad altri, ma ogni creativo ha più applicazioni. Forse non tutti magari riescono a coniugarle o farle convivere in maniera altrettanto vivida. Io ultimamente ho imparato ad essere musicista quando sono musicista, scrittore quando sono scrittore: questi sono i due aspetti dell’arte che ho affinato e frequentato maggiormente negli ultimi anni, cercando di non fare troppa confusione tra le due forme d’arte, che hanno innegabili punti di contatto, ma sono molto diverse.

Se proprio dovessi tirare in ballo qualcosa che mi affascina molto, direi che sono un artista di stampo rinascimentale, laddove il mio approccio è come quello di chi ha una bottega in cui si producono diversi elaborati: a volte sono delle immagini, altre degli scritti, altre ancora musica. Questa sarebbe l’unica definizione che mi farebbe provare un minimo di identificazione; diversamente, vuoi quando sono altisonanti, vuoi quando sono “cattive”, non mi ci riconosco. Quando per esempio sono definito “cantautore”, mi arrabbio molto, perché lo ritengo estremamente fuorviante rispetto all’intendimento che possa esserci nella testa di chi sceglie questo messaggio. Si tratta infatti di un messaggio molto ben catalogato, che riguarda una categoria di operatori della musica che non hanno niente a che vedere con me né nell’approccio né nella formazione. Se domani fossi definito compositore di colonne sonore per progetti di narrativa, ne sarei più contento: è una definizione molto articolata e capisco che non si possa utilizzare, però non sono un cantautore ad esempio!

A proposito di un palco che ospita spesso cantautori, per così dire, molto “classici”, finalmente pochi giorni fa sei stato ospite per la prima volta del Premio Tenco. Ho letto che ovviamente la notizia era stata accolta da te con grande emozione, soprattutto considerando i nomi di grande livello che hanno calcato quelle scene. Che tipo di esperienza è stata a posteriori?

Confermo che è stata un’esperienza molto bella, soprattutto dal punto di vista umano: è stata un’occasione per essere coccolato e accolto con affetto in una sorta di Olimpo delle cose che sono state notate, accettate e un po’ consacrate. E’ stata anche un’occasione per accorgermi del perché non fossi mai stato chiamato al Tenco: ha una sua traccia, quella di una visione più tradizionale della musica cosiddetta “d’autore”, più vicina – come dicevo prima – all’idea di “cantautore”. Tutti quelli che sono stati su quel palco possono essere definiti con diverse sfumature dei cantautori, come s’intendeva una volta, il sottoscritto no. Non sono stato neanche vissuto come tale: ho presentato dei brani che avevano al loro interno una formulazione che è quanto di più lontano si possa immaginare dalla cosiddetta musica d’autore, intesa come un testo che abbia un qualche significato con una musica che il più delle volte ha uno stilema a cui aderisce. Sono categorie che non mi piacciono, non mi interessano…Se è vero che sono stato continuamente considerato una mosca bianca, anche lì mi sono sentito un po’ diverso dallo spirito dominante e credo che anche il pubblico e la stampa l’abbiano vissuta in questo modo, con la grande attenzione e il grande interesse che si presta a qualcosa che sfugge a certe categorie.

Speriamo che le cosiddette “eccezioni” rispetto alla “tradizione” possano avere più spesso questo tipo di occasioni di visibilità. Anche al Tenco si prova ogni tanto a votare qualcosa di più sperimentale, ma non sempre arriva alla vittoria; proporre qualcosa di “diverso” è importante per differenziarsi dagli altri, ma se poi c’è un’accoglienza anche più ampia per un certo tipo di progetti può fare solo bene alla musica.

Non bisogna dimenticarsi che le scelte possono essere discusse, ma è molto difficile fare delle valutazioni. Quello che noto io però è che questa iniziativa, che è anche la più altisonante e riconosciuta in Italia, è partita con lo spunto iniziale di essere dedicata alla musica di valore. E quale caratteristica principale ha la musica di valore se non quella di essere innovativa? Qualcosa che ripeta e rimastichi in eterno le stesse soluzioni finisce per non essere più rappresentativa del suo tempo, finisce per essere legata alla nostalgia o diventa di maniera. E la musica non ha bisogno di maniera. Le tradizioni vanno rispettate, rinnovate e conosciute: troppa gente non le conosce. Ma la tradizione è una cosa, la maniera, il ridondante, lo stucchevole, il solito e il consueto sono tutt’altro e sono categorie meno rispettabili. Lo sforzo che quindi secondo me andrebbe fatto dovrebbe essere quello di spostare l’attenzione dalla riverenza a nomi che hanno detto già abbastanza quello che avevano da dire verso coloro (tanti) che hanno la voglia e il coraggio di essere oggi in maggiore contatto con la realtà. Questo dovrebbe essere il modo migliore per onorare la personalità di un innovatore e un coraggioso esponente della cultura italiana quale era Tenco: Tenco era un artista che aveva il coraggio di confrontarsi con il proprio tempo e ha pagato addirittura con la propria esistenza questo coraggio. Credo pertanto che un premio dedicato a una personalità così spregiudicata e potente, debba riflettere maggiormente sulla necessità di aggiornare le proprie proposte.

Sono perfettamente d’accordo, anche su Luigi Tenco. Ti ringrazio moltissimo. L’intervista è stata davvero molto interessante.

 Grazie a te.

intervista pubblicata il 23/11/2010

http://www.lisolachenoncera.it

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: