i sensi e il potere, lunga intervista da “Blow Up”

In occasione dell’uscita di “Sangue bianco”, il tempo di GIANCARLO ONORATO apre le porte radicali della sua conoscenza. Il pensiero, la carne, il volo e l’abisso in un’indagine altra sulle cose del mondo…

di Enrico Veronese

 

Conversare con gianCarlo Onorato significa addentrarsi in una selva reticolare di discipline, e avere cura di periziare una vicenda professionale ed umana complessiva nel lungo periodo quanto in continua evoluzione. Ne è testimone “Sangue bianco” (per Lilium Produzioni, su Blow Up # 150 di novembre 2010), raccolta elegante ed eterna, lieve nelle forme ma poderosa nei contenuti, dalla doppia pregnanza immediata e successiva: “Un atto di altruismo” per il suo autore.”Se grandi idee non fossero state pubblicate, non potremmo godere di ciò che rende la nostra vita migliore, e magari è qualcosa che diamo per scontatoci appartenga, sebbene sia un processo partito dalla mente di un uomo in particolare. Persino generare è un atto che presuppone la generosità di accettare che un’altra vita, seppure venuta da te, non è cosa tua”.

 Per quale motivo si scrive una canzone? E quando si pensa sia utile, o doveroso farlo? Ha detto: “Nessuno ha cose interessanti da dire in ogni momento, e se non ti fermi a nutrirti di ciò che accade non puoi proseguire nel tuo lavoro. Se la gente ascolta meno o in maniera più fuggevole, perché così tanta proposta?”. Si è dato una risposta?

Rovescio il punto di osservazione: come ascoltatore cosa chiedo alla musica? L’ascolto anche di una composizione anche elementare come spesso è una canzone, deve sorprendere, rivelandoci qualcosa che abbiamo sempre saputo pur non avendo avuto il modo di dire. Appartengo alla parte di mondo che d’istinto preferisce riflettere: l’assodato mi stanca subito, preferisco scavare alla ricerca del senso delle cose, perché in definitiva merita d’essere inseguito. Sono eternamente attratto dall’insolito, anche davanti una parata di modelle dalle forme incantevoli, io rimarrei incantato da una bellezza sghemba e offesa, la cui comprensione richiede impegno. Molta musica pop è adorabile, dinamica, solleva l’animo, ma insomma un conto è riconoscere che “S.O.S.” degli ABBA rallegra allo stesso modo dopo 40 anni, ben altra cosa è nuotare nelle acque potenti, meditate, geniali di un qualunque momento di “In rainbows” di Radiohead.

Una canzone se è un atto sentito e onesto, si scrive per motivazioni recondite e non indagabili se non nel senso rivelato poi dalla stessa canzone. Probabilmente si scrive comunque sempre per malinconia. Certo qualcuno scriverà pure per contentezza, ma è un discorso che non riguarda me. C’è chi scrive canzoni per mestiere, io scrivo canzoni come fossero messaggi dal nulla. Sono un medium della musica. Scrivere è un atto liberatorio e del tutto gratuito, l’utilità o meno di ciò che scrivi è un dilemma che si pone solo all’atto arrogante di pubblicare. Giunti a quella condizione allora deve scattare un principio di autocritica, un meccanismo complesso e del tutto istintivo, che fa buttare via buona parte di quello che produciamo, se abbiamo la fortuna di non essere autori di successo. Chi ha successo è penalizzato dal fatto che pubblicando troverà comunque consenso, ed il consenso è il peggior amico della crescita, un autore di successo non imparerà mai a crescere, si riterrà sempre il miglior cervello per il semplice fatto che molta gente è disposta a fare pazzie per lui. Non c’è niente di più diseducativo dell’avere fortuna. Neppure le menti più elevate possono pretendere di avere sempre e comunque da dire. Serve il tempo per confrontarsi e questo richiede lavoro, avere idee è il frutto di un attento esame di ciò che ti circonda, non è la mela che cade in testa a Newton a rivelare l’esistenza della forza di gravità, ma il fatto che lui si ponga delle domande. Troppa gente si propone per leggerezza o per spirito di avventura o semplicemente perché si sopravvaluta. Visto che tentare l’impresa pare più facile ora di quanto non lo fosse un tempo, allora ecco l’esercito. Buttarsi nella mischia della musica pop con un disco fatto più o meno in casa per l’urgenza di arrivare a farsi notare non è dissimile dal fare la fila davanti alle troupe che sceglieranno i nuovi partecipanti a serie televisive, nella speranza di essere gli idoli di domani. Fare musica è un’altra cosa.

“Sangue bianco” arriva dopo lunga gestazione: doveva perfezionare le cose da dire oppure non avvertiva l’ispirazione in tempi inferiori?

Finito un disco in fondo se ne inizia immediatamente un altro, inconsciamente, e proprio quando sei al cospetto del pubblico venuto a giudicare il tuo recente passato la tua testa è già proiettata verso un nuovo amore. Senza dimenticare che un’opera onesta è prima di tutto un progetto aperto, incompleto per sua natura: questo è il mio obiettivo, creare opere che pur comunicando la sostanza che avevo in animo di esprimere, rimangano opere aperte. Finché non senti questa cosa, sai che non potrai pubblicare. Molti ignorano il senso della necessità, conoscendo solo quello dell’opportunità data dal presenziare sul mercato. Si sono creati dei miti attorno al mio modo di operare. In base a tali convinzioni, dovute alla pigrizia di chi fa il mestiere di divulgare notizie, e di presunti addetti ai lavori incompetenti, per alcuni io sarei ad esempio “difficile”, “per pochi”, accanto poi ad evidenti risultati di vendite ottenuti da nomi come Vasco Brondi, per fare un esempio (persona di grande intelligenza e che ha tutta la mia stima), al cui confronto le mie creazioni sembrano brani da classifica. Un altro mito del tutto privo di fondamento sarebbe il grande lasso di tempo impiegato per un disco di Onorato. Il tempo che separa “Falene” da “Sangue bianco” è considerato piuttosto ampio: per capirlo va valutato che tra il 2005 e il 2007 ho completato e pubblicato un romanzo, “Il più dolce delitto”, più altri scritti meno lunghi, co-prodotto il disco di Pane, i due di Guignol, lavorato a lungo all’esordio di Davide Tosches, curato la preproduzione di quello di Facciascura; diretto cinque festival, tenuto concerti, mostre e reading. Durante le lavorazioni di “Sangue bianco” c’è stato anche il tempo per mettere le basi di un secondo mio disco, che sarà pubblicato l’anno prossimo. Sono dati che non possono essere scritti per vanto. In realtà dal momento in cui mi applico non credo di impiegare poi così tanto tempo nel realizzare un disco: è il mercato dei dischi a girare ad una velocità vorticosa e poco utile alla musica, se si considera quanta parte di musica pubblicata, anche di valore, rimanga inascoltata. Non sento l’ansia di realizzare qualunque cosa pur di avere un biglietto da visita che ti permetta di effettuare una striminzita stagione di concerti. Persino se prendiamo la discografia di cinque validi artisti e la esaminiamo oggettivamente, fuori dalla passione che si possa provare per questo o quel nome, scopriremo facilmente che su una produzione di cinque opere tre risulteranno minori, una di buon livello, una imperdibile. Fintanto che si considera la produzione di musica come un appuntamento col pubblico, non si può necessariamente parlare di musica. Tuttavia, se i concerti sono tornati ad essere il fulcro dell’attività musicale, occorre saper vedere questo fatto come una delle conseguenze positive scaturite in parte dalla fine delle vendite dei dischi, che però rimangono un documento imperdibile, perché non c’è concerto che consenta di mettere a fuoco le idee come è possibile fare in studio.

Nell’album alcuni titoli seguono una linea metaforica: Il carnevale dei morti, L’illusione di salvezza, Io ti battezzo, Elegie del sangue. Alla luce di quanto sopra, qual è il suo rapporto con la spiritualità, sebbene antidottrinale?

Un rapporto che non può prescindere dalla carne. Tentare comunque l’impresa della conoscenza prima, la più totale, che è quella di cogliere il senso e l’origine della propria esistenza senza dimenticarsi di essere materia, è per me l’unica lettura possibile della spiritualità della vita. Un’apparizione mariana, l’estasi erotica o il mistero di un buco nero rappresentano lo stesso grado enigmatico di assumere l’impenetrabilità delle cose del mondo. L’unica chiave di accesso che io conosca è riunita nell’insieme di apparenti contrasti che si possono cogliere nella carne e nella sua elezione a squarcio di comprensione totale. Questa la mia spiritualità.Io so che non può esistere una spiritualità dottrinale. Bisogna osservare con gli occhi giusti il rapimento mistico dei santi raffigurato nell’iconografia sacra: c’è più carne in un affresco sacro o in una scultura del Bernini o del Canova come nelle più antiche raffigurazioni dei corpi, che nel più volgare film porno che si possa consumare il sabato notte.

Si è definito ”astronauta delle carni”: c’è un segreto per scriverne a tono senza sbracare ma sublimando il desiderio a forma d’arte? Mi viene in mente Del mondo dei CSI…

La sessualità dei miei componimenti è precipitata in precisi abissi interiori, non è mai pura fisicità. Quanto di meno pornè si possa immaginare, è un sesso elettivo, profondo, di scandaglio. Il testo de Il tuo venire, o di Reginebambine è un’immersione in dimensioni inesplorabili anche se di continuo frequentate, esattamente come lo è ogni atto sessuale, che però ci richiama di continuo, perché è la fonte da cui veniamo. Può darsi che la maggior parte di noi nel sesso non veda le cose che ci vedo io, ma a lungo andare persino il sesso, se solo consumato, diventa una pratica noiosa. Saperne vedere gli aspetti più dinamici e ancestrali lo rende invece un viaggio senza termine e senza limiti di piacere. Nel romanzo “Il più dolce delitto” faccio compiere al mio personaggio gli atti più estranei alla morale comune, vissuti però in profonda empatia e in un contatto inesauribile con la scoperta di sé, anche quando questa fosse rivelazione di “malattia”. Perversione significa raggiungimento di uno scopo per altre vie non consuete. In tal senso le persone più vive e sensibili sono anche perverse. Il sesso che esprimo io è un gocciolamento inevitabile dal fondo di noi, mentre la reiterazione e l’esibizione dell’atto sessuale fine a se stesso toglie ogni significato al più misterioso e importante atto animale.

Tre città, cinque studi di registrazione, oltre venticinque partner. Al di là di Mario Congiu, che aveva già lavorato a “Falene”, come è avvenuta la scelta e quale l’apporto extraperformativo dei vari Christian Alati, Attila Faravelli, Christian Rainer? In scena può contare su una line up molto interessante a partire dalla struttura…

Hanno preso parte a “Sangue bianco” molte delle persone con le quali era nato un rapporto creativo nel corso degli ultimi anni, come Attila Faravelli, che ha curato con me una paziente e distillata preproduzione, forte di una intesa umana che si era rivelata con “Falene”. Christian Alati era già tra i miei collaboratori nel corso dei reading di “Il più dolce delitto”, impossibile non passare attraverso la sua invenzione metachitarristica per alcuni momenti di questo disco così intensamente musicale; Christian Rainer, prezioso per la scelta di arrangiamenti idonei al clima metafisico ma lo stesso struggente di Reginebambine e per alcune definizioni di Io ti battezzo, l’ho contattato dopo aver ascoltato in rete alcune cose sue. Rainer ha un percorso che in qualche modo mi riguarda, essendo anche un fine tessitore di trame che vanno dall’arte figurativa fino alla musica, con uno spirito assai più europeo e comunque internazionale di molti altri suoi coetanei. Se riesco a far vibrare persone tanto diverse da me su temi che mi sono assai intimi, è il miglior modo che esista per universalizzarli, per essere certo che tali vibrazioni non siano solo il frutto di mie speculazioni ma vivano anche della sensibilità di altre teste e visioni. In questo senso “Sangue bianco” è il disco insieme più corale e più personale che io abbia mai inciso. Devo molto anche all’appassionata dedizione offerta da coloro che hanno registrato e trattato con me le tracce – oltre ad Attila Faravelli – come Claudio Cattero e Matteo Sandri, grazie ai quali il suono ha preso forma, e poi un vero talento della console, Marco Franzoni, cui devo il sigillo finale dei missaggi più rispettosi ma anche più inventivi che si potessero riservare al disco. I concerti per me sono l’occasione per allargare il respiro sia interpretativo sia strutturale dei brani, da non perdere per sperimentare, dilatare, sottrarre, e per farlo servono musicisti capaci di vibrare, di creare un’oscillazione continua nella quale avvolgere anche il pubblico. Anche se stai sferragliando e pestando attorno ad un brano molto affilato i fortissimo e i pianissimo devono essere resi al meglio, e così percepiti, quindi le formazioni sono pensate per questi scopi. Una ragazza diverso tempo fa al termine di un concerto mi ha detto che sembrava un rapporto sessuale, il mio. Io le ho risposto che se lei non era partecipe voleva dire che non ero riuscito nel mio intento.

I cambiamenti nel suo percorso sono volontari, di partenza o ci è arrivato per esperienza pratica anche involontaria?

Quando parte l’impresa della registrazione di un nuovo lavoro, parte al contempo la messa in discussione delle idee raccolte per realizzarlo. Ma non è un approccio tanto razionale, quanto intuitivo, emozionale. Dal caotico intrico di pezzi di vita che si genera, e immancabilmente porta tutti a pensare che non si verrà mai a capo di nulla, nasce invece gradualmente l’opera. Non sono affatto disciplinato durante le lavorazioni e tutto questo medica miracolosamente il mio stato d’animo, mi sento ricreato dal lavoro in studio.

Nel 1977 fu pioniere giovanissimo: quale ricordo ha oggi degli Underground Life? C’è un’eredità, da qualche parte?

Una grande tenerezza e insieme molto orgoglio. Eravamo talmente innocenti ma allo stesso tempo determinati e lungimiranti. Oggi questo si stenta a comprenderlo. Lo spirito velleitario col quale abbiamo nostro malgrado contribuito a muovere i primi fondamentali passi di tutto un movimento, la nascita di un approccio del tutto nuovo rispetto alla produzione di musica, mi appare oggi un’impresa davvero unica. Benché per buona parte ignorata dalla maggioranza di coloro che si dedicano al fare musica indie attualmente, una rivoluzione invisibile è stata fatta. Io non amo parlarne e non metto più in primo piano ciò che ho fatto in passato con UL per rispetto e pudore, cerco di prendere le distanze da qualunque atteggiamento revivalistico o nostalgico, poiché mi appare ridicolo e non rende giustizia alla portata storica di quanto è stato fatto in quegli anni da diversi musicisti, tra cui il mio gruppo di allora. Senza realtà d’avanguardia come quella di UL, con tutte le ingenuità e le manchevolezze che le accompagnava, non vi sarebbe stata molta della produzione che da allora coniuga l’importanza di un testo con l’invenzione musicale, ben al di là dal concetto del cosiddetto cantautorato, termine che come è noto io detesto. Infine dirò che se a ventun anni, relegato in uno sperduto villaggio svizzero per registrare uno dei primi dischi di musica rock che avrebbero visto una pallida distribuzione all’estero, un marchingegno mi avesse mostrato le immagini di un futuro in cui si vedessero all’opera i Massimo Volume, io ne sarei rimasto affascinato e assai felice.

”Sensibile” è un suo vocabolo chiave, così come i temi dell’indagine, del corpo, del soggetto, dell’innovazione, della libertà. Aiuta il lettore a ricostruire una sua mappa semantica? Quanta cura ha per il respiro nell’interpretazione in studio o live? Si è letto del suo essere “zenit comunicativo intercostale”…

Quando penso che non vi è definizione per uno come me, penso al mancato incontro con la scuola, a quanto mi sia formato al di fuori da ogni categoria precostituita. Questo mi ha permesso di perseguire gli scopi conoscitivi che mi sono prefissato in modo libero. E ha accentuato la mia tendenza a fare leva sulla mia indole sensuale e mistica. La sensibilità di cui parlo in continuazione è quel profondo intuito che mi muove e che fa dire ad altri che io sarei questa o quella cosa. Il fatto è che io sento e capisco le idee, come capisco i movimenti interiori e li seguo, e questo non è legiferabile, né quantificabile. E’ solo sensibile. Cioè si può sentirlo, se si è affinata la propria capacità di ricezione. E mi ha permesso di produrre i miei come i dischi altrui, orientarmi nel mondo della letteratura, dirigere festival con tematiche specifiche, dialogare con filosofi, occuparmi di psichiatria, e di tutto quello che si sa legato alla mia persona, senza compartimenti stagni. Io navigo il senso delle cose. Peggio per i presunti psichiatri che non sanno cogliere la poetica di un autistico, o per i presunti musicisti che non sanno osservare come la fisica delle vibrazioni cambi il corpo. In entrambi i casi si perde l’occasione per partecipare della disciplina che si vorrebbe affrontare. E vi è un solo modo per comprendere: partecipare dell’evento.

“Sono un artista di stampo rinascimentale”, ha detto di sé riferendosi all’eclettismo di cui poco sopra. Che percezione ha di sé?

Rinascimentale, è l’immagine che più mi piace. Se dovessi dare una definizione stringata di me come creativo in generale, direi che sono essenzialmente, oggi quanto ieri, un punk. Solo che non mi sono fermato mai, e ho sempre esplorato i territori che mi eccitava affrontare. Quindi partendo dalla telecaster sono passato poi a diverse altre strumentazioni anche non strettamente sonore: ma la telecaster è sempre accanto a me, peccato per i filosofi che non ne conoscano il grande potere esplorativo.

Ha mai pensato di scrivere per il teatro?

No, non per il teatro che sinora ho visto direttamente. Scriverò volentieri per il cinema, ma a determinate condizioni. Mi piacerebbe scrivere per il teatro di marionette, per qualcosa di davvero poco recitato secondo gli schemi che ci portiamo dietro. Senza offese per chi lo ama, ma si fa in fretta a dire teatro mentre quando ci sediamo in poltrona la maggior parte di ciò che trova spazio sui palchi è, ancora una volta, maniera. Troppo poco spazio all’invenzione, troppo poca interazione tra le discipline. Forse la danza potrebbe essere una sintesi a me consona tra interpretazione gestuale e suono. Ecco, scriverei volentieri per la danza, canzoni per la danza.

 

Un suo dipinto ha per titolo “Etica ed estetica”: vede in sé e nella sua opera una coincidenza tra la vita e l’espressione?

Vita ed espressione, sì. Non una senza l’altra. Credo di incarnare la sintesi tra etica ed estetica. Sono di indole sia dionisiaca quanto apollinea. Gli apparenti contrasti mi riguardano, io vedo il sacro nell’osceno. A diciassette anni dovevo cercare di convincere alcuni miei coetanei, che si credevano compagni, del fatto che Nietzsche non avesse davvero nulla a che vedere col nazismo. Sono passato indenne ai pestaggi furiosi tra destre e sinistre, per il fatto che, pur non convincendo nessuno né da una parte né dall’altra, seminavo il dubbio che vi potesse essere un passaggio segreto tra gli apparenti opposti.

Ha avuto modo di dire che “la musica è una disciplina condivisa, mediata dal lavoro degli altri, invece la scrittura è un fatto privato”. Ma quando scrive testi che andranno musicati e non per il romanzo, quale aspetto prevale?

Il testo di una canzone per me è parte integrante del fatto musicale. Questa è l’ennesima ragione, se non bastasse, per cui rifiuto l’appellativo di cantautore. Non ci sono storie pretestuose per dire questa o quella cosa, non passo il tempo a fissare la pagina cercando l’idea da raccontare. Il testo mi sgorga insieme alla parte essenziale della musica, è un fatto sinestetico. In un romanzo persegui un risultato estetico tanto quanto di significato. Sai quello che intendi portare come conclusione di una data serie di avvenimenti e riflessioni. Nelle canzoni non sai che stai cercando, vaghi in una landa in cui prima o poi, forse, ti ritroverai. Quindi nelle mie canzoni le parole si scrivono da sé con la musica, in un continuo rimando tra forma e sostanza. Nelle mie prove più riuscite, almeno. Poi ci sono le parole di altri che ho sentito l’impulso di musicare per tentare di dare dimensione epica a qualcosa che mi attraversava e alla quale desideravo dare una forma visibile. Per me una canzone si guarda, è uno scenario che ha colori, forme, movimenti. Per questa ragione mi risulta difficile o riduttivo riportare nella forma di un videoclip il senso di un brano: è già presente tutto nell’ascolto.

Utilizza sempre più spesso i termini “colonna sonora” per i suoi brani…

Perché ho appreso a vedere la musica, mia e in generale, come qualcosa che debba saper superare i limiti di genere. Quello che intendiamo per pop in senso lato, è vincolato a problemi di cosidetta fruibilità, airplay, radiofonicità; la ricerca di soluzioni volte a determinare un largo consenso ha nuociuto parecchio alla produzione musicale degli ultimi decenni. Vi sono invece ambiti più liberi e rispondenti solo a urgenze espressive, come ad esempio certa musica per il cinema. Io non considero la mia una mera produzione di canzoni. La penso come una descrizione di paesaggi interiori, di panorami personali e messe a fuoco progressive su questa o quella condizione che mi attraversa. Questo la fa somigliare più ad un commento per un cinema personale, sia dalla parte mia che la compongo, quanto da parte di chi voglia entrarci con la testa. Sono stato di recente a fare dei sopralluoghi presso un piccolo osservatorio astronomico, per prendere appunti utili per il romanzo che sto ultimando, e ho pensato, appoggiando l’occhio all’oculare del telescopio, che l’accostamento alle mie canzoni potesse somigliare a quel gesto: parti da una visione finita e già nota di ciò che ti circonda qui ed ora, mentre accostando l’occhio a quell’obiettivo finisci per entrare gradualmente in un’altra dimensione, anch’essa oggettiva, ma per vie del tutto nuove che ti preesistevano, e finisci in un paesaggio che vuole la tua partecipazione, vuole che tu abbia uno spazio in questa dimensione perché essa possa essere accolta e compresa. Ho sempre amato l’accostamento al mio mondo come a quello di un macroscopio, consci del fatto che dall’altra parte del troppo piccolo come del troppo grande ci siamo davvero noi, come siamo nella realtà ultima, intima, la più completa.

E’ stato accostato ad altri outsider e borderline tra lirismo e suono come Flavio Giurato e Juri Camisasca.

Non ho mai avuto il piacere di conoscere il loro lavoro. Ho ascoltato troppo poco di Camisasca, ma il mio modo di intendere il sovrasensibile è lontano da una visione laudativa del creato. Io credo che l’esperienza dei sensi abbia un messaggio, una informazione su ciò che siamo, e l’intelligenza ci occorre per organizzare il percorso, non necessariamente per condurre il viaggio di conoscenza. Per questo non ho mai scritto canzoni d’amore, ma canzoni attraverso l’amore, come veicolo di conoscenza.

Si è mai figurato un possibile eventuale “successo” per l’altra sua parte, il romanzo, tale da ridimensionare la sua attività musicale?

Se per successo si intende un notevole numero di persone che prendono a considerarti, mi pare più probabile che ciò accada con la letteratura, nel nostro Paese. Ma intendo un numero davvero grande di persone, perché se non ci fossero già un buon numero di persone che accolgono ciò che ho da dire, per me sarebbe ancora più difficile di quanto già non sia. Ma anche un successo letterario non mi figuro possa essere tale da sbaragliare le altre attività: vivo in simbiosi con le mie dieci chitarre, un pianoforte, due tastiere, diversi microfoni e tutti i miei dipinti. Considerando che io trovo affascinante scrivere di relazioni malate tra scienziati e religiose, di indagini filosofiche, quando non mi occupo dei turbamenti di uno psichiatra che travalica l’etica e sperimenta la malattia su di sé, non mi pare di essere sintonizzato sull’onda delle moltitudini che fanno le fortune di un libro, più verosimilmente eccitate dalla norma, che tranquillizza. Certa letteratura, in particolare il bubbone della giallistica scritta da noi, per non parlare della schiera dei “comici”, ha finito per essere una appendice di suggestioni apprese in televisione, un luogo astratto dove si va per trovare ciò che si voleva trovare, senza il gusto di poter scoprire alcunché. Eviterò di fare paragoni con altri nomi, tra coloro che sono campioni di vendite: non sarei in grado in questo momento di sostenere le spese di eventuali azioni legali. Non ancora. Ma se fossi toccato da un successo eclatante, prometto di scrivere di un tour ideale in libreria in cui si paragoni una pagina presa a caso da un mio testo a quella di 10 altri bestsellers in bella vista. Così le eventuali spese legali, più sopportabili, varranno il gusto di prendere un po’ in giro la paccottiglia pseudo giornalistica e le doti tardoliceali di nomi che stazionano troppo spesso in classifica.

Segue i media musicali? All’estero cosa ascolta?

Non seguo più di tanto radio e tv, ma sono sempre curioso di ciò che viene pubblicato, quindi consulto varie testate cartacee e virtuali. Per me musica è un concetto senza limiti, ogni tanto aggiungo un nuovo tassello a questa esplorazione. Certo ascolto molta più musica internazionale che musica italiana: Crime and the City Solution, Tindersticks, Blonde Redhead, Black Heart Procession, Giant Sand per la volontà di scavare, PJ Harvey, Radiohead per la lucidità di scomporre il pop in un caleidoscopio impedibile. Ma anche le musiche del sempre, VU, Nico di “The end”, Scott Walker, Serge Gainsbourg, poi Henry Purcell e Gyorgy Ligeti, come Henryk Mikolaj Gorecki, appena scomparso, e che mi fulminò molti anni fa al punto da aprire certi concerti con la registrazione di una sua lunga ouverture. Temo che buona parte della nostra produzione sia vittima di derivazioni e imitazioni: c’è dell’ottima musica negli interstizi delle scene che formano anche la musica italiana ma molta poca competenza in chi le gestisce e quindi le diffonde.

Un recente post nel suo blog stigmatizza i progressisti italiani, refrattari al cambiamento. In quale misura un dato establishment, per quanto minoritario nel paese, condiziona le scelte operative degli artisti?

Più di quanto si possa credere. Facendo passare un assunto in base al quale è comunque il consenso quello che conta. Blandire le folle, piuttosto che lavorare nella direzione della crescita che presuppone uno scavo lungo, ma poco redditizio nel breve periodo. Se ora abbiamo uno scenario tanto impoverito, la colpa è principalmente di chi ha messo il paese nelle mani di arrivisti senza scrupoli, e non tanto di chi ne approfitta. Ci sono uomini di sinistra che affidano le proprie campagne di propaganda ad operatori che agiscono sul mercato con la stessa arrogante violenza di contenuti che si adotta in ambiti strettamente commerciali e passano sopra ai più aberranti controsenso che si possano immaginare pur di avere consenso. Avviene anche nella musica, ne sia certo.

Cito: “Una sinistra che ricorre a cantautori dinosauri per musicare i propri raduni e cercare disperatamente di collocare le proprie mire socioculturali è anacronistica, risibile e svuotata di senso della storia”. Quindi il ruolo che l’artista non omologato deve assumere è quello di antagonista, di pungolo o può esservi spazio per un endorsement ideale?

Se esiste un ruolo elettivo dell’artista è quello di contribuire ad indicare la strada di un continuo rinnovamento personale, culturale, etico, civico. Diversamente, senza questa missione intrinseca, l’arte come tutta l’espressione non ha scopo se non nell’autoreferenzialità. Non c’è nulla di romantico o di idealista nella mia posizione. È sufficiente dare un’occhiata a come vanno le cose in società appena più rispettose del merito, dei diritti della persona, delle distribuzioni dei beni e così via. Dove l’individuo è più ascoltato e protagonista, la conseguenza naturale è che gli attriti diminuiscono, cresca la volontà personale di contribuire a produrre bene e quindi cresca il bene collettivo. Quando ciò non accade, come da noi, non ha alcun senso ancorarsi a schemi del tutto obsoleti, con l’unico risultato di accrescere il benessere personale solo di taluni presunti difensori della democrazia, che in realtà altro non sono se non furbi imbonitori, coscienti che raccontarla a chi soffre sia fruttuoso quasi quanto approfittare di posizioni di reale potere, col vantaggio di rimanere però dalla parte dei buoni. Nei ruoli eletti esistono tanti presunti sostenitori del bene collettivo, cosa che ha procurato loro arricchimento personale ma nessun risultato sul piano dei cambiamenti pratici per le moltitudini alle quali parlano. Un pezzo di satira, di teatro, di musica, deve avere come fine quello di incidere nel corso delle cose, oppure è inutile, utile solo a chi mette un botteghino accanto a qualunque manifestazione del proprio io. Dico: se è vero che partecipi delle sorti di una collettività offesa, fallo con coraggio autentico, assumiti delle responsabilità e fallo gratis, vediamo se è vero che ti stanno a cuore le migliorie oppure solo i tuoi tornaconti. Non è poi una questione di arricchimento, piuttosto, insisto, la necessità di assumersi la responsabilità di contribuire alla crescita delle comunità, sapendo di avere un riflesso principale nella miglioria di tutti. Questo è occuparsi di res publica. Non possiamo inveire contro qualcosa di imposto e che è palesemente sbagliato se non sappiamo accollarci la responsabilità di un intervento diretto e soprattutto se non siamo disposti a rinunciare ad approfittare di facili vantaggi per noi, qualora si presentassero, quando sono a discapito di molti altri. Il ruolo di un artista, raggiunta la consapevolezza di potersi rendere utile, è quello di pungere, stimolare, indicare, disturbare e contrastare la pigrizia mentale di cui è vittima la maggior parte della gente, che è tale solo perché non sufficientemente preparata ad occuparsi attivamente delle proprie cose. La meta non può essere il migliore dei mondi, perché non c’è, ma molto più concretamente il miglioramento delle condizioni comuni. Il singolo deve saper intervenire sul collettivo, altrimenti non c’è più la storia. La storia comincia dal nostro bisogno di rispetto e di affermazione. Come si vede, non mi appassiona solo il sesso angelicato. Leggere attentamente il mio romanzo “Il più dolce delitto” significa capire che il fondamento del mio operato è politico, inteso come bisogno fondamentale di sé.

Segue dalla medesima requisitoria: ”Chi non sa sensibilmente di musica non può sapere di politica, poiché la musica è una delle basilari scelte di autodefinizione”. Quali allora i percorsi favoriti per la formazione: autodidattica, induzione oppure utopisticamente una scuola diversa dagli attuali programmi?

Personalmente rifonderei la didattica in toto. Prima di ogni cosa una creatura in crescita ha necessità di capire chi possa essere lei stessa nel mondo. La musica è una predisposizione alla conoscenza generale, e la fonderei da subito alle matematiche, per evitare quel ridicolo distinguo manicheo tra chi avrebbe capacità umanistiche e chi quelle scientifiche. Liberati da religione, scolasticismi e accademie, dunque da gerarchie personali e corporative, varrebbe di più ciò che uno è per quello che è, non ciò che rappresenta per meriti acquisiti o per condizioni favorevoli.

Ancora: ”Dico al paese pensante: se ancora esisti, fai appello a ogni seria e consapevole soggettività per ricostruire, a partire da ogni singolo individuo eletto a protagonista, ognuno contribuendo a rifondare qualcosa”. Sta qui lo scarto tra scrivere per esigenza anziché per contratto?

Appunto. La didattica più efficace è quella portata da chi ha fatto un percorso esperenziale e non smette di farlo. Non da despoti, manieristi, impiegati che spesso chiamiamo docenti. A diciassette anni, prima di abbandonare la scuola, ero il più esperto di Schopenhauer che ci fosse nel mio corso di studi, perché lo leggevo con la stessa intensa emozione con la quale i miei compagni di scuola consumavano giornaletti porno. Non che io non trovassi eccitante la visione, ma per me era pari a certe faccende di filosofia. Siccome mi emozionava, lo capivo: a breve distanza dalla scoperta del filosofo ero diventato talmente ferrato in materia da saperne di più del docente depresso che veniva a raccontarci senza un minimo di vigore la storia del pensiero. Questo lo indisponeva nei miei confronti, al punto da fargli prendere la decisione di non interrogarmi più su alcun argomento e di procedere ad un voto generico e medio, dichiarando che chi ragionava come me fosse destinato a fallire nella vita. Era convinto che il mio modo radicale di vedere le cose non avesse futuro. Era il docente di filosofia, colui che aveva l’incarico di portarci a riflessioni sulla natura di ogni cosa, e proprio lui veniva a dirmi in classe davanti a tutti che per fare strada era necessario vendere al miglior offerente le proprie qualità. Dunque che io ero un illuso, troppo giovane per capire come vanno le cose nel mondo. Mi odiava perché ero ottimista e voglioso di dibattito, perché mettevo in discussione le cose, invece di cercarmi un posto al sole e buonanotte. Cosa che immagino lui sognasse per sé e che hanno immancabilmente fatto tutti i miei compagni di allora. Poverino, doveva avere un concetto così meschino di sé stesso. Molta gente è talmente convinta di non contare nulla da finire a vivere in una passività estesa ad ogni cosa. Invece sappiamo bene che in ognuno si cela una potenza espressiva che vuole solo essere coltivata. Per arrivare ad esaltare la personalità occorre togliere di mezzo tutte le ciance sul “bisogno”, che è un falso problema. Tutti dicono: ho bisogno di mangiare, bisogna pur vivere, eccetera. Sono per buona parte solo luoghi comuni. In realtà è molto più forte la paura, o la pigrizia, e appare più comodo rimanere nell’ombra, aspettandosi dagli altri qualunque cosa. Questo avvilisce la capacità di intervento anche nelle questioni più generali. Se l’uomo non prende in mano la storia, il futuro non potrà essere. In questi giorni c’è un grosso imprenditore che sta dicendo ad una moltitudine di persone dipendenti: o fate come dico io e vi piegate a certe condizioni, o vi saluto e me ne vado all’estero col vostro lavoro. Questo è possibile non tanto perché c’è crisi o il mercato del lavoro muta, ma ciò che rende vittime di tali aut-aut migliaia di persone è molto a monte: risiede nell’incapacità remota di dare alla propria vita slanci più autonomi a partire dalla visione di sé. Un tempo non c’era scelta, mancava l’informazione, l’istruzione era troppo bassa, molte cose erano tali per cui la sopravvivenza si dava solo a determinate condizioni. Ma oggi, farsi buggerare a questo modo, per continuare ad essere l’omino che si siede davanti all’home-theatre e invecchiare con la pancia piena? Se è questo l’ideale di vita che si ha in mente, che pena! Non posso credere che così tanta gente desideri continuare a vivere senza senso solo per ubbidire alla vecchia regola del “bisogna campare”, perché conosco decine di persone che hanno deciso di campare senza doversi per forza identificare in ruoli passivi e del tutto estranei ad una visione propria della vita. E ce la fanno. Diciamo: famiglia, stipendio, mutuo, spesa, e immoliamo la nostra esistenza a concetti che sono venuti molto dopo di noi, dimenticandoci del tutto di chi noi siamo e di cosa vogliamo. Non puoi essere un buon padre se hai trascurato te stesso, non puoi pensare di avere assolto i tuoi compiti se ti sei garantito un salario, quando poi non sai chi è la donna che hai accanto e non saprai mai chi è tuo figlio. Non scherziamo troppo con le cose che contano o queste finiranno per schiacciarci. Quindi dico: quando fai una cosa, domandati per chi la stai facendo. Se non la stai facendo per te, perché la vuoi, perché la senti, perché sai che anche domani, anche tra molto tempo, ripensarla ti farà sentire in pace con te, se non è così, non è la cosa giusta.

Non c’è il rischio che mettere in musica brani letterari anche altrui contribuisca ad amplificare il distacco con l’audience interessata ad alternative italiane, lungi dal dover allo scopo adeguare il proprio gusto a piattaforme terra-terra (“più musica di livello, meno dischi”)?

Sì, è un rischio che va corso, io credo. Pena la mancata crescita da parte del pubblico. Forse è solo un problema di dosi, saper misurare gli ingredienti. Non si può sperare che vi sia subito il palato per sapori importanti da scoprire se in genere si è bombardati da gusti volgari e di facile assunzione. Occorre un passaggio graduale e ben posto, sarebbe un delitto se la bellezza dovesse restare necessariamente per pochi. Ultimamente mi accorgo di quanta gente si stia accostando al mio lavoro, probabilmente per lo sforzo cosciente che ho adottato di andare incontro alla gente. Non è necessario che un concerto passi come una lezione di filosofia – del resto il mio concerto è piuttosto un passo nel languore.- altrimenti non risulterà a prima vista allettante. Ma se della riflessione più fonda ha i connotati, allora risulta con sorpresa che molti di coloro che ti credevano per pochi si accorgano di quanto anche gli argomenti più sottili li riguardino, perché li riguardano dentro. Non ho cambiato di una virgola il mio universo creativo, ho cambiato il mio modo di pormi verso gli altri, dando meno per scontata ogni cosa e avendo il coraggio del confronto diretto. Arrivo sul palco dopo un gruppo che ha espresso una forte scarica di energia? Bene. E adesso ascolterete la mia dose di immersione, non è meno potente se io sono in grado di comunicarvela. E riesce il miracolo. Ma mi assumo il rischio del fallimento: se partissi dal timore di non arrivare, non cambierei di una virgola l’animo di nessuno. Parto dalla convinzione che chi viene investito dal mio mondo ne partecipi inevitabilmente. Perché è anche il suo, quello remoto, e più suo proprio perché remoto.

”Il male non esiste più perché il male siamo noi”: pensa di essere all’apice della propria creatività? Considera questo disco il più riuscito della sua produzione, il più aderente a una fotografia di ciò che lei è ora?

Non ho mai pensato a dove mi trovassi esattamente, nella carriera. Oggi mi sento più forte di ieri perché ho lavorato meglio su me stesso. Secondo Schopenhauer entro i trent’anni si è dato fondo alla propria vitalità mentale, e tutto ciò che viene dopo quell’età diventa solo un accurato lavoro di sistemazione del buono prodotto prima. Ai suoi tempi non si sapeva ancora niente di neuroni, di conformazione chimica del cervello. Probabilmente abbiamo da dire poche cose, sempre le stesse, ma il modo di dirle fa la differenza, è tutto. Sto imparando a dire cose che ho sempre avuto da dire, dicendole sempre un po’ meglio. Se così fosse, ogni nuovo lavoro potrebbe essere una visione migliorata di ciò che ho da dire. Secondo il mio punto di vista la creatività è la capacità di dare forma a qualcosa che ti ronza dentro da sempre, presentandosi ogni volta sotto sembianze differenti, ma essendo sempre lo stesso fantasma. Se si soppesano le sostanze di una vita, sono poche le cose che rendono imperdibile un’esistenza, quelle che valgono davvero in mezzo a tanti sbagli inevitabili e utili. Ogni volta cerchiamo di fare meglio le stesse cose. Temo si siano sbagliati tentando di attribuirmi (al MEI, ndr) un premio alla carriera, avrebbero dovuto darmi un premio alla resistenza, che credo sia la mia dote più evidente. Comincio solo ora a capire cosa mi pare di avere da dire: alle mie orecchie già questo disco presenta alcune mancanze, è rimasto aperto, vuol dire che è riuscito. Sono molto soddisfatto della mia continua insoddisfazione. Questo mi prefigura che verranno presto nuovi capitoli, li sento già, ve lo posso garantire.

Annunci
Comments
One Response to “i sensi e il potere, lunga intervista da “Blow Up””
  1. Patrizia Pili ha detto:

    Aspettando i prossimi capitoli…

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: