la fine del tempo

Immagine di Antonio Riva

Da ragazzino ero talmente rapito dall’idea che tutto potesse finire da un momento all’altro per via di una imminente esplosione nucleare, che ogni mattina al risveglio mi dicevo che quella poteva essere l’ultima mattina. E poi cosa? Poi il non si sa. Il fatto che gli altri, intorno a me, non si curassero di questa ansia, che si comportassero come se il mondo dovesse avere invece a disposizione un numero incalcolabile di mattine, non leniva la mia tensione. Me ne andavo quindi in giro a fotografare il sole, a primavera, per vederlo a pelo dalla linea di orizzonte, dove fosse possibile, quando stavo in vacanza. Così, mentre altri si preoccupavano di fare le vacanze, mangiare, correre da una parte all’altra, guardare partite di calcio e tutte le altre cose che si fanno quando non hanno pensieri immobilizzanti, io ero teso nel tentativo di dare un senso alla mia vita, così irrimediabilmente sporta verso una fine vicina. Col crescere, quest’ansia di una venuta imminente e azzerante per ogni più piccola cosa, si trasformò in poetica della fine per via della bomba nucleare o di errori connessi alla gestione dell’energia atomica, e coincise con tante suggestioni che vagavano, come rottami metallici in un fiume inquinato, nello scenario musicale e narrativo di quegli anni. Poi più niente. Come se quella imminenza non dovesse mai più riguardarci. E come se il tempo dovesse avere il riguardo di esserci per sempre, affinché proprio noi, con le nostre esistenze insignificanti, potessimo esserne automaticamente favoriti.

Se il tempo favorisce fino a questo punto il nulla di esistenze insignificanti, mi sono detto, cade anche il senso di ogni cosa. Ma sapevo che in fondo in fondo non potesse essere così, che l’equazione fondamentale alla quale tutti attendiamo senza saperlo può recare un errore che a lungo gestito finisce per creare il danno.

In questi giorni, in viaggio, raggiunto da notizie fulminanti, senza avere alcuna ragione per desiderarlo, mi sono ritrovato a quindici anni, col medesimo sentimento di un presente che vada contemplato fino del dettaglio. E subito, ora, o non si sa più quando. Vedevo le immagini di una natura che in Giappone si comporta all’improvviso come non avrebbe mai dovuto comportarsi, cioè, per quanto si sapesse che quello è anche il suo comportarsi, non si poteva arrivare a prevedere quanto avrebbe potuto uscire dalla norma considerata persino in un disastro. E ho ascoltato esperti dire cose che col tempo si rivelano sempre un po’ meno vere, ed escludere cose che, seppure non possano verificarsi nel tempo a noi percepibile come vicino, non possono neppure dirsi impossibili.

Se per un esperto di cose fisiche il mondo è qualcosa che mai potrà essere altro da ciò che da millenni, da milioni di anni è stato, niente ci impedisce di pensare che tali affermazioni siano insieme vere e false. Posso essere vere, nel breve lasso di tempo, e consegnarsi improvvisamente al falso, quando meno ce lo aspettiamo. E’ curioso che il falso manifestato da esperti possa coincidere col vero di una realtà incontrollabile.

Tutto può essere dunque, quando meno ce lo aspettiamo, o proprio perché non ce lo aspettiamo. Allora, se non ce lo aspettiamo, stiamo sbagliando. Non vorrei mai vivere con il peso di una caduta prossima, questo è certo. Voglio sempre pensare che ogni mio gesto sia lo sforzo di offrire illimitate mattine ai bambini che giocano nei parchi e ancora di più a quelli che patiscono ancora oggi fame e malattie, ma che conservano la ragionevole prospettiva di una vita. Però io torno ad essere quel ragazzino che ogni mattina si attende che tutto finisca, così tornerò allo stesso tempo ad accorgermi del tempo. Sarò un po’ meno illuso, ma mi sentirò un po’ più vicino al vero.

Chi voglia illudersi in continuazione, non si faccia sedurre come me dal bisogno di contemplare il tempo nella sua imminente benché improbabile fine.

gianCarlo Onorato

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