lettera aperta alla sinistra italiana

gianCarlo Onorato

io accuso

radiografia etica e poetica di un paese in stato di decomposizione

Sono portato a partire da me stesso per valutare le cose che mi circondano. E vedo in questo Paese troppe cose che non mi appartengono. E allora guardando le madri e i bambini che giocano in un piccolo parco, riflettendo, voglio dire questo.

La sinistra non si è mai verificata perché sin dal principio ha eluso i principi filosofici sui quali è stata fondata l’idea di uguaglianza assoluta. L’anarchismo è stato via via ridotto a una colpa, poi ad una utopia, una macchietta, un fatto risibile e condannabile in sè.

Ma un un uomo che rispetti profondamente se stesso non può nuocere agli altri: solo chi ha un grado superiore di dialogo con se stesso può operarsi perché la comunità cresca con lui, mentre un uomo di cosiddetta mafia che scioglie nell’acido un ragazzino non ha certamente un’idea completa di sé, è semmai un disgraziato al quale è stato tolto da tempo il bene più prezioso, che è il dialogo col proprio io, il sentimento della voce interiore, l’unico timone per qualunque essere umano da che ci siamo eretti su due zampe.

Le spinte politiche comuniste e socialiste sono fallite perché hanno smesso di fondarsi su una solida idea di individuo inteso come il vero centro di qualunque comunità che voglia progredire. Questo concetto basilare e ben più arduo da conseguire, è stato col tempo stemperato nella storia con magmatici concetti di massa, confondendo del tutto le acque, e in tempi recenti degenerati infine in gretto individualismo. Politici che un tempo si proclamavano di sinistra, che in questi giorni, col passare del tempo, delle ore addirittura, mutano via via di qualche centimetro la propria confusa posizione in qualche cosa di indefinito e che essi stessi non sanno più cosa sia, (e non solo a sinistra) sono in buona sostanza dei beceri promotori di se stessi, stipendiati di lusso che hanno trovato il modo di svettare sui tanti per puri motivi individualistici. E’ arcinoto noto che in un sistema alla deriva il principale utile della politica sia quello che ritorna nelle tasche di chi la fa, da cui consegue che se la faccenda politica divenisse di colpo attività priva di profitti, ci ritroveremmo in breve senza volontari che volessero assumersene l’onere. Molti si trasfomerebbero probabilmente in conduttori televisivi, come è già accaduto.

L’evidenza di questo però non può bastarci più, a meno di voler finire nel fossato per colpa di chi guida.

La cosidetta sinistra ha finito così per assomigliare sempre più alla retorica buonista della chiesa, che predica il bene ma non è per prima in grado di metterlo in pratica. Così come non sono credibili né tanto spesso accettabili le parole del papa, e che ad ogni attento esame liberato da prigioni di presunta fede rivelano la loro vuotaggine, – e la rivelano con grettezza le imprese soggettive di uomini di chiesa segretamente intenti a fare il bene più squallido dei propri genitali pur sostenendo a viva voce la necessità del voto di castità e ingravidando e spesso infettando al contempo suorine in tutto il modo, molestando ragazzi e ragazze da sempre, tranne poi unirsi alle grida di scandalo per abusi divenuto di moda svelare, – allo stesso modo gli esponenti di una sinistra evanescente e ormai del tutto priva di midollo, inneggiano a funambolici cambiamenti di rotta e a innovazioni delle quali neppure conoscono l’indirizzo. Al contempo però sanno bene cosa voglia dire ricoprire ruoli e cariche di prestigio, colpendosi alle spalle gli uni con gli altri, pur di continuare a detenere luoghi di potere: visibile, tangibile, pesabile. Come vecchi preti che bene conoscono gli utili derivanti dal proprio sacerdozio, molti esponenti di presunta sinistra, non solo politici, ma addirittura di spettacolo, di satira, di cinema, di televisione, traggono clamorosi profitti nel celebrare sterili caricature di figure di stato ormai da tempo entrate nella storia negativa del paese, crogiolandosi in inutili macchiette senza effetti (e senza rischi) al cospetto di platee che amano divertirsi, caso unico al mondo, su ciò che reca loro danno. Tali imbonitori di presunta sinistra, che professerebbero la satira in realtà arricchendosi e divenendo essi stessi “indotto” del politico puttaniere che intendono stancamente sbeffeggiare, non mancano di esibire parcelle stratosferiche per ogni situazione in cui esibiscano la propria arte (tranne le occasioni in cui rendere palese il fatto di non aver percepito utili non sappia divenire un volano per occasioni ancora più profittevoli, arricchite di riverenza per la grandezza d’animo manifestata alla bisogna), dato l’assunto che anche se si va a manifestare il dolore per una pubblica disgrazia si deve essere (ben) pagati, esattamente come preti, che senza soldi non celebrano messa.

Niente di nuovo, certo.

Una sinistra che ricorre ai cantautori infatti, (a certi cantautori, a quei cantautori, a quei dinosauri che rivestono da troppo tempo il ruolo di “grandi autori” nell’incapacità palese di muovere di un passo il proprio repertorio da trent’anni, come in quella di farsi da parte) per musicare i propri raduni e per cercare disperatamente di collocare le proprie mire socioculturali è anacronistica, risibile e svuotata di senso della storia tanto quanto lo è il ridicolo ricorrere da parte della destra a impolverati maestri di parrocchia, col risultato di ritrovarsi confezionati in vista di elezioni innetti grotteschi, scopiazzati malamente da temi di classici e ricuciti alla bell’e meglio su slogan che non funzionerebbero neppure in un film dei tempi recitato da renato pozzetto.

Questa inesistenza, l’incosistenza, l’incapacità intrinseca di saper appartenere al proprio tempo, mentre il resto del mondo gira e pulsa aderendo con più urgenza all’attualità delle cose del mondo, fa di questo paese un palloncino sgonfiato all’improviso che prenda a vagare senza senso nello spazio.

Il mondo intero ha appena ricordato la morte di un musicista, politico sopra ogni altra cosa, quel Lennon figlio di lavoratori che ha saputo tanto pungolare circa i diritti di chi non ha voce. In suo ricordo mi limiterò a dire che chi non sa sensibilmente di musica non può sapere di politica, poiché la musica è una delle basilari scelte di autodefinizione, di autolezione. La musica contribuisce a costruire le fondamenta di un individuo e a mettere la sua sensibilità più viva a contatto con l’esterno, coi concetti e con le cose, con le persone e con gli avvenimenti che nell’insieme vanno a formare la storia.

Una visione tanto striminzita della realtà come quella manifestata qui a sinistra, rivelata in primis dalle scelte culturali, come dimostrano i fatti, anche quell’ultima ora, non poteva certo competere con l’arroganza e col più volgare ricorso ai sentimenti più triviali cui ha fatto riferimento per sedici anni una destra ringalluzzita dal degenerare progressivo del contenuto.

Così, se prima era morto, ora il paese comincia anche a puzzare.

Dobbiamo invece accogliere le lezioni più poetiche da paesi che noi riteniamo ultimi, vista l’intelligenza di portare tra la disperazione delle strade la forza dirompente della musica come attitudine alla frequentazione di se stessi, come strumento su cui fare leva per accedere ad una miglioria permanente dell’individuo. Qualcosa che qui, che ci pregiamo di immortali trascorsi d’arte, non sappiamo neppure più che sia, ammesso che lo si sia mai saputo davvero. Mentre le nostre scuole di musica sono imbalsamatori dove si confezionano manichini da orchestra, incrostati di ogni vecchiume didattico e creativo, altrove si agisce eccome a partire da piccole, disperate realtà individuali per portarle a confronto diretto col proprio tempo.

Per questo ed altro io dico al paese pensante: se ancora esisti, fai appello ad ogni seria e consapevole soggettività per ricostruire a partire da ognuno di noi, ogni singolo individuo eletto a protagonista, ognuno contribuendo a rifondare qualcosa.

O il salto nel vuoto di Monicelli rischierà di essere l’ultimo disperato, orgoglioso, realistico atto rivoluzionario del paese.

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Comments
7 Responses to “lettera aperta alla sinistra italiana”
  1. controrecords ha detto:

    Caro Giancarlo, compagno di scorribande poetiche e musicali, sai bene che la penso esattamente come te. Bisogna divulgare questo pensiero il più possibile, ma bisogna inventare un megafono più grosso, quelli in commercio sono ridicoli.

    • Fiona ha detto:

      Condivido ogni singola parola! Ultimamente sento sempre più gente ostentare l’idea di cambiare paese. E’ una conclusione triste ma umana e sensibile, perchè le “ingiustizie” oltre a danneggiare socialmente il paese danneggiano sensibilmente le persone. Grazie gianCarlo per essere come sei!

  2. Fabrizio ha detto:

    ‎”…o il salto nel vuoto di Monicelli rischierà di essere l’ultimo disperato, orgoglioso, realistico atto rivoluzionario del paese.” e’ vero ma non ci sto… voglio vivere.

    • Fiona ha detto:

      Anche io voglio Vivere! Ma vorrei vedere questo paese cambiare, migliorare, OSARE!

    • onorato ha detto:

      caro Fabrizio,

      l’iperbole di Monicelli che si rifiuta di lasciarsi morire ma decide in prima persona, è utile per riflettere sulla necessità di accogliere in prima persona il senso di responsabilità delle cose della vita. la vera rivoluzone per un uomo è quella di imparare a decidere. non vuole né potrebbe essere un invito al suicidio, il contrario semmai, il suicidio quotidiano è quello di non intervenire. la mia lettera si apriva non per nulla con l’immagine di bimbi in un parco con le mamme. si chiude con l’immagine di un vecchio che ha sempre detto la sua, in ogni istante e fino all’ultimo istante. c’è solo da imparare a vivere, appunto, non a morire.
      grazie per il tuo intervento.

      gianCarlo

  3. meg ha detto:

    Confucio disse: “se vuoi comprendere se un popolo è ben governato ascolta la musica che fa”
    .
    Anche io sono stata vittima dell’indrottinamento musicale conservatoriale che mira a creare dei replicanti tecnicamente perfetti ma progressivamente, inesorabilmente, ciecamente resi incapaci di esprimere sensibilità musicale. Fino a non comprendere più la musica, a non saper ascoltare, a non potersi ascoltare. Fino a perdere il senso di sé. Fino ad arrivare alla dissociazione totale determinata dalla definizione di musicista ottenuta dopo dieci anni di conservatorio e il conseguimento del diploma e dal disagio, consapevolezza, spavento di non saperti tale e di non sapere quindi chi sei.
    Io ho risolto, posso dirlo, questo stato confusionale e dissociato allontanandomi totalmente dalla musica per anni, dimenticandomi di ciò che avevo tecnicamente acquisito. Sono tornata indietro, all’inizio, a prima degli studi, a qundo mi emozionavo per una bella canzone. Ho vissuto di altri lavori.

    Onorato dice: “la musica contribuisce a costruire le fondamenta di un individuo e a mettere la sua sensibilità più viva a contatto con l’esterno, coi concetti e con le cose, con le persone e con gli avvenimenti che nell’insieme vanno a formare la storia”.
    In effetti esprimersi con la musica è la maniera fisicamente più immediata di occupare lo spazio circostante, di essere presente. Ma solo se si ha coscienza di sé è possibile questa espansione; altrimenti è forzatura, inadeguatezza, insoddisfazione.

    “La forza dirompente della musica come attitudine alla frequentazione di se stessi, come strumento su cui fare leva per accedere ad una miglioria permanente dell’individuo”.

    La frequentazione di me mi ha condotto ad espandermi in musica.

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