piccola cosmogonia di primavera

è curioso che schiere di scienziati si siano arrampicati per secoli su faticose ipotesi circa l’origine dell’universo. l’unica ragionevole e amabile idea del sovraesistente che trovi spazio in me senza l’ostacolo della forzatura è quella che ogni cosa sia sempre stata, senza termini pensabili, senza contorni, né iniziali né finali. l’unica regola che mi pare osservabile e plausibile è quella della trasformazione e del passaggio da una dimensione ad un’altra.
se, riversi su un prato, pensate a quanti prima di voi lo avranno già fatto e quanti dopo di voi lo faranno, è facile avere una rappresentazione del sovraesistente come quella di una dimensione senza contorni decifrabili, se non nel costante scambio di elementi che ingenerano in ogni istante nuove dimensioni e si trasportano con la materia per lo spazio.
rimane così più pacifica e più amorevole la condizione della perdita.
date intensità al pensiero che la persona a voi più cara ora trascorsa, in verità sia ancora facente parte di voi e di tutto il resto per una via nuova, in un nuovo esistente, ed anche la morte assumerà contorni più sopportabili.

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