il palco vuoto

fare esperienza di contatto è una condizione vitale.
i versi di una poetessa italiana, Francesca Genti, hanno per titolo “è eterno solamente il desiderio” ed è esattamente questo il punto di convergenza di tutte le differenze. la condivisione continua del desiderio, qualunque sia la sua forma. talvolta mi domandano e mi domando quindi se fare il lavoro delle idee come io lo faccio debba presumere distacco o mescolamento. dunque, se ti stacchi per la ricerca, perdi il senso della prossimità delle cose vive e sporche e sbagliate e vili e perverse e schifose e per questo, noi crediamo, inutili.

se non fosse che sbagliare è una condizione continua e connaturata col vivere. da qui discende la conclusione che il mescolamento, lo sporcamento con tutto quanto sia possibile incontrare, è condizione inevitabile per una vita piena e per avere sostanza su cui anche, in fondo, riflettere. quindi la mia risposta è, senza altri dubbi: il mescolamento, con la nostalgia del distacco.

così, siccome in passato ho creduto di voler seguire la soluzione di chi si apparta, da qualche anno ho smesso i panni dell’isolato e indosso quelli del frequentatore. certo, spesso sono un frequentatore defilato, laterale anche quando ho un ruolo centrale, un osservatore, un presente-altrove-per-quanto-qui; tuttavia ho preso questo nuovo piglio del confronto, e desidero sperimentarlo a fondo.

rimane certo che il confronto che prediligo su tutti è quello “uno a uno”, io e un altro evento vivente, perché quando si è in molti la concentrazione si disperde in una miriade di direzioni, dandoti sul momento l’ubriacante sensazione di avere raccolto molto, ma poi, al ritorno alle cose tue, prevale il senso di niente. non avendo l’attitudine allo stordimento con sostanze di sostegno, non ho sbronze o sintomi di strascico che conducano i miei rientri ad un letto riparatore. piuttosto i rientri hanno il sapore di abnormi amplificazioni di ogni domanda, così in genere sono vigile, dilatato, amplificato.

prima di ritornare da ogni occasione di confronto con molti, l’occhiata al vuoto rimasto è una formidabile iniezione di pensiero. e siccome la mia azione si svolge nove volte su dieci in prossimità di un palcoscenico, è sulla visione del palco vuoto che si concentra la mia attenzione. più che concentrarsi, direi che vi viene attirata, calamitata come l’attenzione per un anfratto cui non si vorrebbe mai guardare, il buio ancestrale dello scantinato disabitato, il cui silenzio e il cui abbandono ci passa un senso di male, di oscuro e nocivo. per mia natura infantile ciò che “non dovrebbe”, per me il più delle volte finisce per essere ciò “che voglio”.

non si dovrebbe voltarsi a guardare, certe volte. nelle altitudini non si dovrebbe mai guardare in basso, nell’incertezza di bene o di male non si dovrebbe scrutare l’ignoto. tutti lo sanno bene, malgrado ciò non ci si sottrae tanto facilmente al dolore lascivo del proibito.

ed ecco il palco. il palco vuoto è un vuoto non solo di spazio ma ancor di più di senso, perché fino a poco prima teatro in cui si intendeva coglierlo, il senso, dare forma al senso, fermarlo, distillarlo. provare a conferire un senso alle cose.
quindi il palco vuoto, specie quello del dopo-avvenimento, è il più triste dei luoghi, poiché tende a sottolineare con l’evidenza crudele delle cose oggettive che le cose, finendo, riportano al punto vuoto di partenza.

malgrado questo inevitabile incontro con il senso del vuoto, che mi ha sempre rimandato all’immagine di un astronauta che perso l’appiglio con la navicella prende a precipitare roteando in un nulla senza fine, senza sonoro, senza senso, malgrado la malinconia che ci abita e riabita così facilmente, preferiamo sempre il confronto. lo cerchiamo, desideranti, in un rimestarsi incessabile di voglia di non si sa che, ogni volta il ritorno alla festa della vita ci predispone alla golosità, come se non si potesse fare altrimenti che ingannarsi.
nessuno pensi che sia un pensiero malinconico.
ho un forte senso dello spirito.
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