come nasce “lucia”

lucia, olio e acrilico su anta di attaccapanni vintage

Dunque ero in questo appartamento che odorava di mandorle, erano circa le cinque del pomeriggio e l’inverno finiva. Il sole riverberava le finestre del palazzo e mandava barbagli di sole da un caseggiato all’altro.

Como era così stanca verso il finire della settimana che si poteva immaginare di vederla frantumarsi sotto quei raggi furiosi e ultimi della giornata, come per una vendetta condotta dal sole alla fine, poco prima di arrendersi alla sera.
Era un raduno di studenti che volevano chiamare vernissage un incontro preserale in una specie di grande loft, teatro per una esposizione improvvisata.

Un numero discreto di persone affolla la bovindo, il posto più illuminato della casa, e io penso che proprio quel lampeggiare di finestre non potrei trovare più doloroso per il mal di testa che mi assilla. I colori si caricano a dismisura nella mia visione, e intorno a me si sommano gli arrivi di gente sempre più animata, e un televisore da un angolo remoto della casa rimanda a volume straziante la telecronaca di un incontro di calcio.

Parte di colpo la musica, poi la abbassano, quindi torna con volumi di prova e poi allaga le teste e le frasi e i vestiti ancora invernali in questa esplosione di estate che somiglia ad una prova teatrale non riuscita.

Mi presentano i che ne so, i Giovanni, le Linda, i fratelli Moroni, la padrona di casa, diciannove anni, viso pulito, euforia eccessiva per la festa, la gente, certo l’arte, si capisce, e capisci come ti arriva blando tutto questo frastuono indistinto, non voluto, mentre vorresti solo il buio, o meglio ancora una postazione segreta dalla quale spiare non visto il bagliore dorato furioso del sole che rimbalza di facciata in facciata, e tu fermarne una goccia una semplice indefinita porzione per poterla ammirare non da ferito, non da sordo, non accecato assassinato.

Per questo devi andartene, e dal tuo naufragio, abbandonando il culmine del raduno, prima di una fuga solenne, in un giro ennesimo sguardo ai resti violenti del sole, passa tra la gente una testa liscia di capelli corvini o forse di un castano esasperato dalla tua malattia. E su quello scenario liscio e fuori tempo si innesta una ciocca grigia che scivola solo da una parte, da sopra la nuca fino giù a metà della capigliatura, per poi tornarsene nera.

Una bambina con un marchio di vecchiaia sui capelli ha solcato il mare di teste informe. La perdi, finché riemerge più avanti, più vicina alla zona di oro delle finestre riunite, e il sole non perde occasione per fare una tinta ramata a quella decorazione così inventata dei suoi capelli.

Allora la ragazza si trasporta senza parlare da un’altra parte, quindi il suo viso si allunga, si sbianca poi torna a dorarsi, così gli occhi, inviando raggi diretti che bucano e bruciano le stoffe del divano e le pareti, tracciando grappoli di forme incomporensibili dalle quali si indovina che l’arte non esiste mentre è l’universo che chiama a sé le menti, e le vuole pronte ad essere sacrificate e con esse affaticare sino alla morte il senso, l’amore e il tempo.

La creatura trasformata, senza mani, né braccia, solo spalle che montano e ricadono come colline lisce in salite e discese sinuose, e dal collo attraversabile, le palpebre calate dalle cui feritoie fuoriesce la notte, fa un giro su se stessa, coglie ancora in pieno una volta la luce finché in un attimo, un lasso x del tempo assente, è arrivata la notte.

Sono uscito dalla festa, sono tornato in auto alla velocità ridotta di chi non ha più idee, dopo un’ora a casa ho ritrovato l’anta dell’attaccapanni di casa Onorato, dove tante volte avevo visto sbiadirsi il sole del tramonto, nella casa dei miei. L’ho appoggiato per terra e cominciato a spalmarlo di quel dolore di luce che mi aveva impressionato la vista.

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